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©1999 KIM HARRINGTON (510) 653-6554

"Torquato, Torquato!" Berciava il professor Rosai, nipote di quel famoso Ottone che da lui aveva ereditato un po' di genio, imponenza e omosessualità; "Torquato, Torquato, l'asciugamano!"

Grande disegnatore di prospettive, che per altro insegnava, intricatissime alla lavagna ma detestava il gesso. "Torquato, Torquato", nei corridoi silenziosi rimbombava il comando e una supplica.
All'istituto Passaglia di Lucca.
"Torquato, per favore…" sussurrava l'omino inappuntabile, curato nei baffi e barbetta "per favore prepari sul muro l'intonaco per l'affresco di Martini, come al solito, mi raccomando".

Il professor Palagi, il mio maestro, allora, delle tecniche pittoriche di cui conosceva segreti e astuzie, al quale devo "il mestiere" di pittore, consapevole del suo scarso talento ammirava la mia prepotente facilità di espressione, senza mai interferire nella mia personalità di nascente artista, la cleptomane curiosità di sapere tutto, Palagi mi ha condotto nel mondo magico e alchemico della pittura; ricordo che sul letto di morte in ospedale mi consegnò i suoi appunti segreti come un passaggio di testimone del suo sapere. Ricordo che, quasi vergognandosi, mi mostrò le sue telette di paesaggi di maniera. E se adesso mi guardo indietro e penso alla figura di maestro, mi tornano in mente e non ho mai dimenticato proprio lui, Russoli, Corrado Cagli, Ceroni e Giorgio Upiglio.

Torquato, il bidello tuttofare in spolverino grigio, piccolo e robusto, sembrava sempre in fuga e sempre presente, vendeva merende, matite, carta e pennelli, toccava generosamente le ragazze, confidente del preside, parlava male di tutti e tutti tollerava, l'infido reale padrone dell'istituto, premuroso sacrestano nella clericale Lucca.
Sul ponte su in alto al secondo piano, dove nessuno poteva vedermi dipingevo, fumavo e qualche volta ci scappava anche qualche bicchiere di vino rosso, mi attendeva la mia parete che poi bello o brutto che fosse il dipinto senza cerimonie veniva abbattuto, si rinnovava la fenice dell'esperienza, Lucca, senza soldi e tanta voglia di dipingere.
Palagi si era prodigato con il preside fascista ma generoso, implacabile con chi non aveva talento, di usufruire di una fantomatica borsa di studio, che seppi dopo, essere soldi del suo portafogli per pagarmi da mangiare e dormire a Lucca, e il permesso di accedere alla scuola il sabato e la domenica mi chiudevano dentro al mattino e dipingevo fino a sera. Rifiutai una sicura cattedra di insegnamento all'accademia di Bari, all'infuriato preside che trionfalmente mi disse che sarei stato il più giovane insegnante d'Italia. "Ma io voglio fare il pittore a Milano, da grande" risposi.
Durante l'ultimo anno di scuola, anche questa volta aiutato dal preside fascista, ebbi il permesso di ovviare alla frequenza, in trasgressione alle disposizioni di legge, perché a Livorno…
A Livorno stavano costruendo la nuova sinagoga, l'architetto Di Castro, dopo aver visto la mia prima mostra personale, mi fissò un appuntamento in albergo alle dieci di sera, rimase sorpreso di vedersi di fronte un ragazzo di diciassette anni e c'erano Marotta, Buchicco, Delfini e mi sarei fermato tutta la notte con lui.
…: le figure delle carte, un fante di picche, e sto lavorando, una donna, un re. Cinque carte alzate con la sinistra: riappare Buendja, altre tre sempre alzate con la sinistra: Villa, fante di picche, Buendja. Avevo sedici anni, a Livorno, Antonio Delfini e la rivoluzione messicana: mi aveva stregato parlando a se stesso. In quel gran casino il tempo, poi breve, non ha senso. Una massa di lino bianco e sombreros, come la figura che si fa nella carta piegata, si ritaglia e quando dispieghi tutto il foglio sono decine, migliaia che si fanno uccidere come agnelli senza grida, come ebrei autodestinati alla morte. Si arrotavano i denti fino ad averli aguzzi come iene, mangiavano un pezzo di cuore dei nemici, usavano palle di piombo, tenero, che faceva un buco nel corpo grande come un melone. Sparavano a caso ad altezza uomo, cambiavano faida, partito o banda senza nessun criterio: importante è ammazzare, matar… chi?…

Mi fu affidato comunque il lavoro: i bassorilievi in cemento armato della facciata, non avevo esperienza di cantiere, la pittura non mi venne di aiuto, ma la disciplina di certo. D'un tratto conobbi il gruppo romano Krach e Tolej, Pollok, Rocko e Robbe-Grillet, Simon, Perec, Penna; tutto giù nella testa, nella pancia, forse senza tanto capire, ma per istinto lo sentivo importante e basilare per la mia formazione.
Bene, a Livorno buttai la tavolozza del nonno Giuseppe, lavai bene i pennelli che assieme ai colori chiusi in una cassetta e imbracciai fiamma ossidrica, saldatrice, chiodi, martello, lamiere e assi di quercia che sostituirono gli strumenti della pittura, che pittura rimase, che pittura rimane: me ne sarei accorto qualche anno dopo; usavo questi materiali come i colori della tavolozza, contro la pittura con la pittura, contro il linguaggio con un linguaggio parallelo o addirittura lo stesso, una battaglia senza speranza come l'alcolista che spacca la bottiglia per liberarsi dal problema. Proprio come Mosè per dio… Per Dio Con Dio.

L'avanguardia nasce in piedi e muore seduta, ha scritto Jean Cocteau, esce dalla porta e rientra dalla finestra, dico… pittura…la pittura come un vizio da negare con il corpo, con video, con la natura stessa, vietarsi di dipingere per affermare di essere pittore.
"Cosa vuol dire?" urlo nel sogno di un sonno infelice.
Ma a Milano ci sono; ho conosciuto Russoli, Fumagalli, Toninelli, Tancredi, Fortini; la prima mostra personale alla galleria delle Ore, ed ora ritaglio e incollo, pennelli e colori restano nella scatola. La mostra ha successo, direi, faccio fatica a vivere del mio lavoro, non me ne accorgo, sono giovane, ho una gran voglia di "FARE". Livorno e Lucca sono lontane.

Non mento mai perché sono distratto.

Ho una buona memoria ma non consequenziale e continua.
Quando raccontavo a Filippo una storia, per fargli prendere sonno, facevo morire personaggi che poi combattevano, avevano figli e tornavano a morire.
Naturalmente mio figlio si accorgeva delle discordanze narrative che a fatica riuscivo a giustificare.
Se ogni quadro è un autoritratto, ogni romanzo è autobiografico, sono "Io" il protagonista, il tema di una mostra a Milano nel 19(..67?) alla galleria il Milione. Nel paradosso di autoritratti cancellati, celati, sommersi da una fitta vegetazione che solo con un'attenta lettura si potevano scorgere. Provocazione? No, credo solo ad un'indicazione a un trabocchetto psicologico. Io nell'interno del quadro nascosto guardone senza essere visto.
Per enfatizzare il concetto, una cortina di veri bambù si frappone fra lo spettatore e i quadri. "L'io nascosto". Provocazione? No, credo solo ad un'indicazione, un trabocchetto psicologico che Arcangeli aveva percepito: non a caso mi parlò per un pomeriggio di J. Pollock. Martini ingabbia prati, giardini: così venne recensita la mostra!

L'indolenza dell'ignoranza, l'aggressività dell'ignoranza. La furbizia dell'ignoranza.

Gli anni 60-70 sono anche per me dirompenti e felici; sono a contratto con la galleria il Milione, la bella Paola Ghiringhelli segue passo dopo passo il mio lavoro, Russoli continua ad essere il mio padre morale, incontro Giorgio Upiglio, Leonardi, Solmi, Amendola, la Iotti, i Feltrinelli mi comprano quadri, Luciano Foa mi regala i primi libri freschi di stampa della biblioteca dell'Adelphi. Nel frattempo avevo tentato un rimpatrio a Firenze: un'emergenza o, meglio, una fuga. Mi ospita nello studio Francois Micoud, proprio di fronte a Palazzo Pitti, bellissimo ma… non resisto, la mia insofferenza alla Toscana è troppo forte e torno a Milano. Prendiamo una casa, un cascinale in montagna, riscopro la felicità della fisicità, costruisco palizzate, ascia, chiodi, sega e martello. Il mio Far West nel Canavese come le avventure che avevo letto nei fumetti della mia infanzia, senza cavallo, con due cani, una donna e un bambino di un anno e mezzo in una casa senza luce elettrica, , acqua di sorgente, un freddo diabolico; ci si scalda in un enorme camino, proprio dentro, stufe e vino rosso frizzante. Proprio in mezzo ai boschi di castagni, mucche, colline, gente rude, diffidente e difficile, la presenza di Adriano Olivetti aleggia discreta ma forte su tutti, sento che il quadro si muove, cigola, il colore insofferente sogna di uscire dal rettangolo, dal telaio, intrattenibile trabocca dal contenitore e come un liquido prima timidamente, poi prorompe con invadenza. Quelle strisce dipinte che si sovrappongono al racconto diventano reali, fisiche, nastri colorati che si svolgono sopra altre, il quadro nell'ambiente.

Torno a Milano ogni tanto. Incontro la curcuma, per colorare la tela troppo bianca, che mi conduce alle tinture in modo naturale. Alce Nero mi parla di indiani, io preparo tepee e coperte canavesane per raccogliere il fieno.
Sognava di disegnare le pareti delle case e dei vagoni ferroviari, cinquant'anni dopo il suo sogno lo avrebbero realizzato i colorati del Bronx. Era convinto che la linea fosse più importante del colore, che l'arte di Shakespeare e di Edith Piaf vivesse di contrasti.
Le sue parole preferite erano: Renoir raffigurava quello che vedeva, io raffiguro quello che ho capito.
Era morto comunista, aveva creduto una volta e per sempre in una grandiosa e inaudita utopia contro l'avidità degli uomini. Non è da escludersi che come molti pittori fosse stupido.

A Peppino Palazzoli piacevano i miei quadri impazienti: li compera, facciamo un bel catalogo e una bella mostra; attraverso quel catalogo ed il buon ufficio di Carlo Morpurgo volo in Massachusetts: Amnest, con un freddo così intenso che non lo si sente più.
Compro quattro o cinque valigie Marimekko per il viaggio che riempio saturo di tele, nastri, telai smontabili, acquerelli; comincia così un'avventura e curiosità che continua nel tempo in luoghi diversi e che non mi abbandonerà mai: forse il sangue carovaniere che mi viene dal nonno Zalum le collane simboliche che porto al collo, la coscienza che in viaggio il necessario talvolta è anche troppo, la possibilità di concentrarmi nel lavoro ovunque fanno scoprire in me la predisposizione al nomadismo.

Fine Art Center, University of Massachusetts: installazione Work in Progress. Per due mesi vado in galleria tutti I giorni come un salariato, il bunker bellissimo che ospita l'installazione gocciola acqua all'interno per la troppa neve. Comincio a lavorare con un gruppo, poi arrivano altri studenti, si fermano a guardare, a toccare le tele, qualcuno rimane intrappolato nella mia "gabbia" e rimane a lavorare per qualche ora, un giorno, una settimana. Poi sparisce. L'installazione si modifica ogni giorno in continuum, è un gioco corale che conduco senza fatica. Ricordo una bella ragazza dello Smith College, l'unico esclusivamente femminile in tutti gli USA e Blim Kern, lo stregone che crede alla reincarnazione e ai misteri dell'antico Egitto come alla birra che beve, ai riti voodoo, agli sciamani, sciamano e seduttore pure lui.. Il mio inglese è veramente elementare per comunicare con gli studenti, disegno in fretta per terra su grandi fogli che il direttore Jon Jugo del museo decide di integrare nella mostra con la documentazione istantanea delle Polaroid: nasce così l'idea di preparare un progetto per ogni installazione.

Con le quattro, cinque valigie nere mi trovo a New York, lo stesso bagaglio, come un giocatore che ha bisogno solo di un mazzo di carte per vivere; trovo gallerie, spazi dove accamparmi, adesso nella galleria del PS1 in Queens che era stato il luogo della sperimentazione per eccellenza; prima di me c'era stata un'installazione di Pistoletto, che per altro, non ho mai incontrato: noi, gli unici europei fino al 1985. La stessa cosa al Laica di Los Angeles. Mi diverto in questa travolgente euforia di lavoro, cerco e trovo assistenti per le installazioni come posso: figli di amici, qualcuno incontrato nei bar, nelle università, per caso; più tardi mi renderò conto che per lavorare bene il gruppo non può superare il numero di sei, otto persone, che le ragazze hanno una sensibilità diversa, preferisco la collaborazione di chi non pratica arte né per studio né per mestiere, ma che esprime interesse e curiosità per un gioco intelligente.

Massimo, il progetto e la realizzazione porta la firma di Lella e Massimo Vignelli, mi propone e mi introduce al committee, un lavoro splendido. Prendo il primo aereo e torno in Italia per preparare nello studio nuove tele e il progetto per l'installazione: venticinque metri in verticale, che prevede cambiamenti senza la mia presenza; i colori, quelli liturgici: giallo, viola, rosso e blu, quattro campate di cavo d'acciaio, anelli, spaghi, nastri, morsetti, viti, tasselli; mi aiuta un ragazzo non troppo socievole né comunicativo, vegetariano integralista, mangia solo l'erba dei prati; io bevo birra e fumo su in cima, quasi in cielo, all'apice della chiesa presbiteriana. Il pastore mi sorprende: "ma siamo in chiesa, Sandro!" "Sono vicino a Dio con i miei vizi e le mie virtù" rispondo. A lavoro ultimato sono soddisfatto e felice… è stato molto impegnativo. But… mi comunicano che, come d'abitudine, devo concelebrare la liturgia della messa domenicale. Figuriamoci! La bella Vignelli fra risate sue e angosce mie mi dice che non posso tirarmi indietro. Figuriamoci! Con il mio slang americano sgrammaticato, il mio tono di voce e l'imbarazzo, prevedo una comica del cinema muto… Solo poche ore prima della cerimonia si rendono conto che non potrò mai essere un buon pastore.

43 Street, Sant Peter Church at City Corp., New York and Lexington Avenue
"Perché non le telefoni, la incontri, ci parli, le mostri il tuo portfolio, a mio nome… la conosco abbastanza"
In America è sì o no, non esiste l'ambiguità borbonica, barocca di un "sì, certo…" che significa poi un no secco a seconda del tono di voce, il fatidico "sono in riunione" per eludere un'imbarazzante telefonata. "si vedrà", "si faccia vivo", "ripassi a trovarmi tra sedici mesi". Il lato apprezzabile del pragmatismo americano si esprime anche con un "sì, grazie" e non con un "grazie" che sta per affermativo.

Per questo genere di incontri mi accompagna la marimekko media, pesantissima di: album di fotografie, diapositive, cataloghi, agenda, rubrica, acquarello, un progetto,un libro da leggere nel tempo vuoto, da scrivere, da disegnare. Imparerò molto più tardi che bastano poche immagini per far capire il proprio lavoro e che anzi mostrare troppo risulta negativo e noioso, imbarazzante. Dalla valigia nera sgorgano fotografie, cataloghi, disegni come dalle mutande di Eta Beta, invado tavoli, pavimenti, parlo da solo, descrivo, spiego…
Doris Freedman mi riceve a casa. E' una bella donna, che sapevo essere gravemente malata; me lo conferma lei stessa con serenità, non ha molto tempo per i suoi progetti. conosco le sue collaboratrici di sotto, in un piccolo ufficio… sol lato ovest di Central Park.
Mi trovo a lavorare con quaranta di febbre sulla 42. West, non riesco nemmeno a bere tanto, mi duole la gola; "l'installazione mi prende" e mi diverto; nel delirio della febbre e con la paura che mi rubino anche "le scarpe dai piedi" non ricordo più nemmeno chi mi abbia aiutato. Ho cercato sempre di coinvolgere persone diverse, avevo capito che la spontaneità, la freschezza di partecipare ad un'avventura la si raggiunge solo una volta.
Enfatizzo sulla fisicità, la fretta, il tempo limitato e "stretto" del lavoro, parlo poco, borbotto… scale chiodi, tiranti, nodi, qualche rischio per non cadere nella trappola dell'estetizzante. Sarà una sorpresa anche per loro apprezzare, scoprire l'installazione finita, finita …mai… "a tempo, a tempo" urlava Toscanini.

P.A.F. Public Art Fundation si propone a tutt'oggi di organizzare performance artistiche nella città di New York, al fine di rivitalizzare zone della città devastate, infettate dalla droga e quindi dalla violenza, invadere (infrangere?) territori con un'azione di disturbo culturale.
Delle manifestazioni che mi ricordo: la programmazione di comporre un'opera alternando le luci accese e spente delle finestre nelle due torri. La scultura di Morris in DOW TW oggi rimossa e ancora le sculture di Debuffet in Central Park.
Brian Park in Brian Park c… che impresa. Malgrado lo statuto del PAF preveda un solo intervento nella città dello stesso artista, sono qua. E' con me Blim Kern eccezionalmente, il mio sciamano e ci troviamo sul cornicione, esposti nel vuoto senza sicurezze, mentre tenta a fatica di passarmi un cavo d'acciaio, all'ultimo piano della Library. Nell'incoscienza Blim si affida alla sua fede nella reincarnazione, io alla birra. Vedo Jessica piccola piccola laggiù sul prato che gesticola, urla con le mani a megafono sulla bocca ma non la sento, se le pone sugli occhi, si volta e se ne va… Anche questa volta sono sotto la protezione della polizia… a pochi passi da me uno "sceriffo" spara a un ragazzino nero mentre scappa nel parco: deve aver rubato una fesseria nel grande magazzino al di là della strada e lo colpisce, siamo nel centro di Manhattan.

Porta sempre con te una moneta d'argento nascosta a te stesso; te la infileranno in bocca per varcare lo Stige nel mondo dei morti – una moneta di ottone per la metropolitana per attraversare l'isola dei ponti da nord a sud da west a east con la speranza di arrivarci vivo, i nomadi per avventura, per fame, per alcool, per droga.

Il poliziotto mi dice che dopo le sei di sera è estremamente pericoloso trattenersi nel parco. Sono preoccupato; infatti la campata di cinquanta metri di cavo di acciaio a supporto dell'installazione viene vandalizzata proprio la notte prima dell'inaugurazione e mi viene negata la possibilità di ottenere tempo e aiuti supplementari a quelli pattuiti, per l'emergenza, con l'organizzazione.
Sono sconvolto… inferocito. Blim raduna quattro amici e all'ora prevista le mie tele dipingono il cielo.
Si è creato un forte conflitto tra me e il commitee del City Corp: vogliono comprare l'installazione ed io per principio etico non voglio venderla. Qualche volta dubito perfino dei miei ricordi, anche recenti… li ho vissuti o immaginati? La soglia che divide la realtà dall'immaginazione è così esigua. Ma io c'ero…!

A Saint Peter Church at City Corp. l'installazione, senza preavviso e la mia presenza come da contratto, viene malamente "smantellata"; sono a Milano, mi carico su un altro jumbo a New York, pianto un casino, Massimo e Lella tentano di calmarmi e fanno da mediatori nella vertenza… Per addolcirmi mi offrono la possibilità di un'altra installazione sempre in City Corp. Accetto: la voglia di esprimermi supera il cosiddetto "amor proprio" e il denaro del risarcimento. La signora Newmann, manager dell'organizzazione, è dolce, simpatica, graziosa.

Siamo a Milano adesso nella casa che abitavo sui Navigli al numero due. La RAI, per la rubrica di ritratti di artisti "Visti da vicino", mi offre questa possibilità. Ci divertiamo nel progetto e nelle riprese, invento una sceneggiatura con Renato Barilli, Marotta, il regista e il produttore Bertoni. "Il caffè mi rende nervoso, si fa un Campari soda alle sette del mattino". Il "mondo della pellicola" con tempi e logica così particolari si presta ad un'aneddotica incredibile. La troupe romana: da maestro si passa a professore, a Martini, a Sandro e finisce con Baffo; il fornello, per le tinture a caldo, provato dal tempo e dagli acidi ogni tanto prendeva fuoco, al limite dell'esplosione, e così succede durante le riprese: il cameraman Mario esulta: "fammene un'altra, che mi viene bene!" …la mia risposta è irripetibile.
Ho da confrontarmi con la burocrazia milanese di palazzo. Intrighi burocratici, politici e personali di potere e amicizie di potere, potrei scrivere un trattato stercorario.
In ogni modo l'installazione è molto bella, il filmato allegro e conciso

Chiara. A Milano siamo nel cortile interno, proprio quello con la fontana di fronte al Museo Egizio del Castello Visconteo, fa vento forte, le tele si inzuppano nella piscina e il cavo d'acciaio si mozza per la tensione e l'attrito contro il granito; mi aiuta Matteo –mi diverto, poi a casa mia tutti quanti… nascono installazioni e amori sempre temporanei, le marimekko sempre pronte. Con un matrimonio fallito dolorosamente, spaccato nella realtà o staccato dalla realtà mi alzo dalla realtà in volo sempre anche quando non so più dove e perché e chi mi aspetta, LAVORO, annego tutto in questa ansia fagocitante di FARE.
Letti che non sono il mio, mi sveglio e mi stupisco di dove sono e che ci faccio. Sarà meglio portare questa tela o il golf blu, i cataloghi e tre acquerelli, lo sciroppo per la tosse, telefonare a Barilli, c… mi sono dimenticato di parlare con Maria e Nancy… mi ha scritto ieri da Los Angeles. Il biglietto per il volo è già sul tavolo, ho dimenticato le chiavi di casa di New York. Ho soldi, non ho più soldi, mi servono soldi, dove sono finiti tutti quei soldi. L'immigration, la dogana, il coltello sempre in tasca, le medicine, il medico, la responsabilità trascurata di un figlio, le liti con i padroni di casa, le notti mal dormite, l'insistenza dei mercanti, la consapevolezza di essere usato, di usare per "fare" che mi assopisce l'ansia del vivere, leggo, scrivo e bevo e fumo, associo tutto l'insieme in questo informe minestrone di espressività senza domandarmi "che ci faccio qui?"

Senza priorità: dipingere, scrivere, cucinare, fare la spesa; cucinando penso ai quadri, dipingendo anche ai problemi del quotidiano. Natale, Pasqua, Capodanno. Lavoro, ma io non ho mai "lavorato" in vita mia nell'uso pubblico del termine, mi sono sempre divertito. Mi accorgo che è domenica perché faccio fatica a trovare un tabaccaio aperto a Milano, di ferragosto perché fa caldo "e chi se ne frega del caldo, ho da fare, io". "E ricordati di togliere la sigaretta di bocca quando bevi!"
Moreo, il medico e amico, mi tiene faticosamente in salute…è una sfida al mio povero corpo che accetta in silenzio le mie pretese e provocazioni meditando vendette atroci. Evviva la retorica narrativa letteraria da "artista maledetto" a far piacere e non deludere la signora Maria e il critico della gazzetta di provincia: "genio e sregolatezza!"

Vedo, vedo… vedo Kala.

Mi trovo adesso nel 1982 in un ascensore del Museo di San Francisco dopo un'interminabile riunione con il direttore del museo, del board dell'associazione dei reduci di guerra e del museo italo-americano. Si pensa ad un'installazione tra i due edifici: il museo ed il Memorial Building, che sembrava allora certa ma dopo quattro anni ed il cambio di tre direttori verrà tacitamente cancellata; conservo le lettere in una gonfia cartella nel mio studio come la corrispondenza amorosa di una relazione fallita. In ascensore parlo con Francesca in italiano. Come sempre all'estero si ha la presunzione e l'illusione che nessuno conosca la propria lingua; ma Archana ha studiato per dieci anni a Padova e a Roma, ad una mia "battuta" volgare scoppia in un'intrattenibile risata, nasce così un'amicizia che durerà vent'anni. Archana è la fondatrice di Kala, no profit institut, un pianeta complesso e articolato in tutte le direzioni della stampa, una popolazione internazionale, un'economia vacillante grazie ai primi tagli alla cultura del presidente Reagan, ma indistruttibile grazie alla tenacia di chi ne ha a cuore la sorte.
Kala stamperia, galleria, organizza corsi specialistici tenuti da artisti di tutto il mondo, retta da un ferreo "direttorio chiuso" di cui faccio parte. Durante l'andirivieni tra gli Stati Uniti e l'Italia ho realizzato dopo quasi vent'anni un affresco per Luciano Moreo; ne parlo con entusiasmo con Archana e al mattino dopo con il caffè viene organizzato il corso di "bonfresco". Steven e Lucien, assistenti di Diego Rivera, lavoreranno per me e con me. In tanti anni mi sono divertito e mi diverto, è una storia lunga, sfilacciata, aneddoti, successi, tessuta di "BLOCCHI" di artisti intimoriti dall'aristocrazia della tecnica. Ne seguono un'installazione e una mostra in questa ex fabbrica molto suggestiva; mi muovo per giorni con troppa disinvoltura fra le capriate d'acciaio fino a precipitare e a fracassarmi un polso.
Qualche anno dopo le lastre per un libro d'arte edito dalla University California Press.
Testo: il Convivio tradotto da Allen Mandelbaud.
Kala estende il suo territorio fino ad alcuni edifici industriali, a qualche miglio dall'istituto, sempre costeggiando la San Pablo Av., dove vive un gruppo di artisti di diverse discipline e dove anch'io ho lo studio dal 1985. Mi potevo vantare in quegli anni di casa e studio a Milano, New York, e San Francisco.

Stanford. Palo Alto. Nel campus dell'università mi fermo per un mese e mezzo, è prevista, devo, voglio, mi chiedono un'installazione, vado a cercare lo spazio, come Bertoldo la pianta preferita per l'impiccagione, quando poi finì per scegliere una violetta, perdo tempo, non è vero, conosco personaggi di altissimo livello intellettuale. Nathan Olivera, Carl Djerassi… ma perdo tempo in modo stupido per problemi burocratici ed economici, la direttrice del museo non ha gradito che la scelta per un evento artistico non sia partita da lei, ci siamo incontrati e scontrati, ma non perdo tempo, una buona galleria mi compra ed espone il mio lavoro, scrivo, disegno, incontro Giulia; infine il docente della facoltà di legge ospita la mia installazione nella facoltà che presiede. Rimangono basilari nel mio lavoro per quanto riguarda le installazioni la transitorietà e il gruppo di lavoro, i progetti e la memoria legata alla documentazione fotografica. Djerassi, scritto grande sulle colline di Palo Alto come Hollywood a Los Angeles. Carl è un genio, certo…non occorre che lo dica io, più volte ha sfiorato il Nobel, non mi sorprenderebbe vederlo scritto sul giornale domattina. Biochimico di fama internazionale, uomo di lettere (da biografia ufficiale o retro di copertina), raffinato ed elegante anfitrione, dittatore temibile nei suoi territori. Si respira vicino a lui il sapore metallico del potere conquistato ad alto prezzo con l'intelligenza di chi vede nella globalità e sa attendere. Parla con un'inflessione un po' dura, nel suo inglese potrebbe essere austriaco più che tedesco, ma rivela le sue origini ungheresi; parla poco di se, ha scritto un'autobiografia che non ho letto, fa dire e non dice, si compiace di questa aura un po' satanica: potrebbe essere ritratto da Pontormo.
Vede il mio lavoro proprio nella galleria…e mi invita nella sua fondazione che ospita artisti di tutto il mondo e di diverse discipline per un minimo di un mese e mezzo. Ospita nel senso stretto del termine: offre studio, cibo, e un confortevole alloggio. La fondazione si estende per ettari dalle foreste di sequoia, alle brulle colline californiane, fino all'Oceano. Colleziona grandi sculture che convivono in sintonia così prepotente come i sette nani di gesso in un prato di Miami: te le trovi di fronte all'improvviso come se fossero fuggite da un museo, ed al museo di San Francisco sono raccolti i suoi sessantacinque… sessantasei Paul Klee che colleziona da anni. La sera spesso mangia con gli artisti e traspare il compiacimento di essere principe, artista, mecenate. Nella fondazione preparo enormi tele, il lavoro si conclude con un'installazione all'aperto, un filmato, ed una festa. Qualche volta Djerassi decide di acquistare un'opera di un artista-ospite per la sua collezione permanente, così mi invita a tornare con una proposta aperta per un'installazione, ho pensato al teatro di danza…realizzo un progetto, ci scriviamo, ne parliamo, non ricordo bene, forse è stato proprio lui ad indirizzarmi senza che lo avvertissi come un must. L'anno successivo il lavoro è finito: è l'unica installazione permanente che ho pensato e realizzato nella mia vita. Lo vedo o cerco di vederlo a San Francisco ogni anno per lo meno per un veloce lunch. Ha scritto qualche cosa sul mio lavoro… vedrò di trovarlo.

Hollywood. Apro gli occhi e dalla finestra senza persiane, in USA non si usano, vedo ogni mattina la scritta bianca di Hollywood. Ho vissuto a Los Angeles almeno due anni a più riprese, poi sono tornato ancora per sei mesi. Amo Los Angeles, come dicono gli americani Los Angeles è un paradosso, e lo è ancora di più se sei un pedone senza patente di guida. Mi piace la gente, mi piace la follia possibilista della gente.

Wendy GRAD. Abito da lei, è un grande fotografo, non l'ho più vista…abita a Parigi mi pare…forse abbiamo litigato…e abbiamo fatto pace…mi pare di no, no, cosa?
Paul Vangelisti, Lisa Lionelli, Joan Jugo. Louver, dove ho esposto per l'ultima mostra prima della mattanza reaganiana delle no profit. Le feste di Los Angeles che durano giorni… devo aver scritto qualche cosa… una bella e dolce bionda che per un pelo durante un'installazione alla facoltà di architettura non mi precipita dal secondo piano. Il vascello in terra ferma di un pazzo italo-americano costruito in una vita, da solo, di recycling-ready made.
Incontro Peter GOULD, una bella mostra che non ha condiviso. La facoltà di architettura… la più squallida DTW che abbia mai visto in USA.
Rimpiango Los Angeles ogni volta che sono a San Francisco e faccio un giro in città.

Parliamo male dei mercanti e dei galleristi fra di noi in segreto. E' un rapporto complesso quello tra artista e mercante che in ogni modo si può ridurre a poche righe. Senza Canvailer(?) non sarebbe stato possibile Picasso. Una bella macchina senza ruote è inutile. Il trionfo dei luoghi comuni: sfruttato, sfruttatore…ingrato, esoso, pazzo…un vero artista!, attore e capocomico, consunta coppia di marito e moglie, automobilista e vigile, genero e suocero, debitore e creditore, creditore e debitore (e non ne ho più voglia).
Parliamo male dei mercanti.
Non spetta me azzardare analisi sull'argomento, ma un paio di cose mi preme dirle: mancanza di professionalità specifica, di quale professione si sta parlando poi? Nei più prevale l'improvvisazione, pressappochismo in generale. Gestione regionale o nazionale, investimenti relativi e di rapido rientro. Fra artista e mercante raramente si instaura un rapporto di fiducia.
Parliamo bene dei mercanti: ho visto piangere Tancredi parlando della Peggy Guggenheim e di Cardazzo, si buttò addirittura in canale per seguire il feretro. Cardazzo me lo ricordo e con diverse sfumature di stima e affetto penso a Le Noci (?), a Fumagalli, a Palazzoli, a Ceroni, la Paola Ghiringhelli e Toninelli, ma devo omettere un paio di nomi: un americano e un italiano a cui sono legato da amicizia che va oltre la stima.
Il primo errore è dell'artista, in cerca di approvazione come e dove può, e chi meglio di un mercante può rassicurarlo? Bravo, bene; bene, bravo; bravo, bene; B., B….(da Petrolini va letto così) E così sia…di fronte al denaro, già gratificato, se scontento l'artista, si esprime con un represso mugugno. Dalle solitudini dello studio i quadri salpano al di là dello Stige per il misero inferno di contrattazioni del mercato…che mi avanzi una moneta d'argento per cacciarmela in…bocca.

Giorgio, sì, Giorgio Marconi, lo conosco dagli anni sessanta. Gli ho mostrato le mie tele tremando, come tutti. Giorgio, non faceva certo paura, un gioviale milanese di Porta Venezia, ma la galleria era già importante e il confronto faceva paura, così, presentato da un amico pittore che era amico di un collezionista, che era amico di certi miei parenti Zalum di Livorno. Con il tempo (mi disse "fatti vedere ogni tanto") siamo diventati amici, mi veniva a trovare la domenica mattina presto e presto ogni tanto andavo io in via Tadino. Sono nate mostre importanti, per me per la prima volta e con successo:"le pagine"… "il drago" e un'installazione con una pesante lastra di acciaio nell'ambito dei quattro materiali pesanti contrapposti con le tele soft: duttile e rigido, pesante e leggero. E pesante era stato il legno a Bologna, alla galleria G7, l'ardesia ovviamente a Genova alla galleria Unimedia, il sacco pieno di sabbia a Milano per la mostra "Pittura Ambiente". Raccolti questi "elementi" in una grande mostra conclusiva per me e per loro che appassivano, e chiuse la storica galleria Il Milione di via Bigli, al numero 2, quella di Gino Ghiringhelli, che non ho conosciuto…avevo già esposto, presentato da Franco Russoli e "promosso" da Ceroni, un vero padre bonario-severo; gli ho voluto un gran bene, mi ha insegnato tante cose, aneddoti…per giornate lo stavo a sentire… Sono stato in fondo un artista fedele: galleria delle Ore cinque anni, il Milione dieci, Galleria Blu altrettanti o forse qualcuno di più, sbaglio i conti, come sempre, ma il senso è questo; negli Stati Uniti è diverso: quattro mercanti in successione da East a West.

Non ho mai tradito ne mogli, ne fidanzate, ne galleristi…

"Vede, Martini, forse non la capisco ma a me piace… ecco, per questo faccio la mostra e le compero i quadri, a tutto il resto che ci pensino i critici, li pago per questo… i collezionisti hanno fiducia nel mio fiuto…" ridacchiava. Peppino Palazzoli, l'omino Blu lo ricordo con stima e affetto; una sera "venga con me, Martini! (imperativo)" aprì una porta malconcia e mi trovai in un magazzino di quadri. In fila, di costa, perfettamente allineati come soldati del Terzo Reich…i Fontana, i Burri, i De Chirico, i Savinio, che condividevano in pace, senza invidie e asti, anche i grandi sono deboli, lo stesso spazio. "Ma guardi questo…e questo…"e sfilava un capolavoro dietro l'altro forse non tanto per mostrarlo a me ma per accarezzarlo con la mano e con gli occhi… Peppino vendeva malvolentieri, è un paradosso, ma è vero.
La sbornia più violenta di tutta la mia vita.

Sono stato protagonista… vanto… mi ricordo…me ne sono successe di tutti i colori: anche una causa con un mercante, a New York, vinta, avevo in ogni modo ragione. Esiste un'associazione di "avvocati per l'arte" che difendono gli artisti al di sotto di un certo reddito gratuitamente. Ho vinto, ho avuto il mio denaro e una lettera di scuse pubblicabile a salvaguardia dell'etica professionale. In America è così. Viva l'America. Frequento di malavoglia le inaugurazioni, non conto grandi amicizie, e non mi diverte parlare di aste con i colleghi, si dice che sia un orso: se due pittori si incontrano o bevono o si lamentano o tutte e due le cose insieme. Ho bevuto spesso da solo e da solo mi sono incazzato. Amici sì… architetti, fotografi, e qualche barista nel mondo. Sam: "Come stai Sandro, una bella fresca birra…" 184 Heinz street, Berkeley. Ha chiuso l'anno scorso ed io ho smesso di bere.
(Testo di Affresco fatto da Fort Mason. Per Giorgio Upiglio e Vanni Scheiwiller)
Succede di reincontrare un quadro che ho dipinto uscito dallo studio ben sistemato o mal sistemato, che ha trovato una solida parete in una bella casa o infognato in quelle collezioni soffitto-pavimento, album di francobolli; li rivedo con piacere come parenti che hanno trovato la loro "strada"; per lo più mi riportano a fatti che hanno caratterizzato "momenti" della mia vita. Ho un rapporto animistico con il mio lavoro: parlo, gioco, bisticcio, mi incazzo, combatto con i materiali come gli artigiani che imprecano e supplicano legno e metallo come farebbero con le donne. Quando sento che aggiungere o togliere è solo un gesto di gratuita insicurezza, mi trovo davanti ad un organismo con tutta la dignità di essere che lo contraddistingue.
La funzione: dal pavimento lo trasportiamo dignitosamente sulla parete di fondo, si accendono tutte le luci…io seduto sul tavolo di ardesia, Luca sulla panca portaciocchi, l'ultima sigaretta, un po' di doveroso silenzio…"va bene, no?" e parliamo d'altro…di domani. Non sono mai intervenuto a correggere un'opera per ripensamenti.
Ho imparato questo dall'affresco e dall'incisione: non è solo metodo, tecnica, qualche cosa di diverso che non so esprimere…scusa Maria.

Mentre sfoglio ricordi mi rendo conto che l'autocensura per brevità mi toglie in parte il piacere di raccontare. Ho tenuto un corso di due mesi al Pratt Institute di New York: ricordo che non riuscivo a capire una parola di uno studente texano, che un iracheno dopo un paio di "canne" voleva volare dal primo piano per avvolgersi nell'installazione; mi ricordo del progetto realizzato con gli studenti faticosamente, dell'incontro con mister Pratt e Oppenheim di un mafioso maestro di cerimonia per la Graduation Ceremony, "se hai bisogno di me telefona", in Brookkolino, che mi porge un biglietto da visita che sembra una cartolina postale: "mi piaci artista italiano". La Borsa Valori mi è stata fatale per vari motivi. Ho una casa a New York. Tre giorni prima di partire ho imbiancato l'appartamento. Le poche ragioni che mi tengono legato all'Italia sono negative e noiose, ho deciso di vendere tutto quello che contiene la casa sui Navigli, tutto tranne i libri, i quadri…e le mille e quattrocentoventidue piccole cose a cui sono affezionato…sì, certo, sistemerò tutto…

Lavoravamo di notte alla Borsa Valori, i signori Oriani sono ……………, li chiamavano così e li chiamavano al telefono spesso, troppo spesso…sono pazienti adorabili.
Si inizia alle sette pomeridiane fino alle cinque del mattino, si lavora in questo silenzio lugubre dove rimbombano le nostre voci. L'installazione è complessa tecnicamente, sono stanco del viaggio, mi diverto, ma stavolta mi sento particolarmente teso, inquieto. Paolo Pieri è alle prese con un video e macchine fotografiche…ha problemi di luce. Il drappello stranamente assortito funziona, c'è una donna che parla un italiano stentato e parla però troppo e lavora poco, non riesco a focalizzarla, vedo…vedo, ecco che vedo un ectoplasma confuso, deve essere un'innamorata respinta – di Massimo forse?
Ai signori della Borsa, dal capello scomposto, la cravatta slacciata, che fanno segni come i capitani della squadra di baseball… quelli dei soldi degli altri, quelli cui poco importa dell'installazione, di che succede lassù all'ultimo piano, forse lavori di pulizia delle vetrate?
Canticchio un ritornello di Mozart per allentare la tensione "Farfallone amoroso…". Un incontro fatale per i miei fragili sentimenti non era previsto e l'insistenza e le promesse di un mercante demoliscono i miei progetti…le mie certezze. Holly Salomon mi aveva detto a New York: "o resti e diventi un artista americano o farai grande fatica ad importi nel nostro mercato". Aveva ragione. Torno a New York, mi prendo una sberla…lascio la casa, si apre un altro capitolo che si conclude con due divorzi, dal mercante e dalla passione: intanto sono passati dieci anni.
Più o meno. Più o meno , cinque o dieci anni fa lo stesso… certamente di più… non è una decisione… è accaduto…

Io c'ero… in quel giorno di ottobre… un'euforica convalescenza turbinosa che…
…seppellisco ricordi e sentimenti, butto la chiave dietro le spalle…

Secondo un commentatore del Talmud, noto come Raba, l'erezione del membro avviene solo con l'aiuto della ragione. Rimpianto di tempo perduto. Ho speso il mio tempo… spendere tempo nella forma anglosassone per noi è buttare tempo… canticchiando un'arietta di Mozart.

Adesso mi sposo; indosso la cravatta per la terza volta: prima comunione, due matrimoni. Filippo e Camilla sono attesi con piacere, vince Filippo e lo merita, tenacia che continua a dimostrare. Lascio i navigli, le zitelle isteriche propretarie di quella casa vissuta per ventiquattro anni, lo studio, qualche artigiano amico, l'habitat è già stravolto dall'onda Craxiana, … l'Alda Merini, stesso bar… stessi turni di bevute… ciao… ciao…, anche Arnaldo, che incrocio con questo breve saluto: forse ambedue impazienti di raggiungere lo studio; abbiamo parlato un po' più a lungo in aereoporto… dove? Non ricordo… San Francisco, forse…

Filippo è già grande… vecchio di dieci anni, adesso…

Così nel 1982 riprendo a dipingere ad affresco.
"L'affresco laico".
Ancora adesso mi domando perché una tra le monomanie che mi divertono e mi avvelenano la vita, una tecnica così semplice ed alta non venga usata dagli artisti ed entri nelle case… nelle collezioni private. Perché debba essere riferito al passato storico, che riprende nella memoria nostalgie celebrative fasciste o la pittura muralista, populista sudamericana.
A me l'affresco fa pensare al sontuoso Veronese, e Tiepolo, e Matisse… ai muri di Tapies, ai guizzi splasch di Sam Francis. Calce, pigmenti, acqua, graffi, pennelli saturi di colore sul muro violento sensuale, al tempo di quattro ore per dipingere con tutta l'anima e corpo, per divertirsi, per sporcarsi, per… per Dio, per scopare.

Tre metri per due di muro.
Da Melzi, in Galleria del Corso n° 1 secondo piano.

In Galleria Vittorio Emanuele… come uno sparo nel silenzio di quel salato mattino in Galleria Vittorio Emanuele… un colpo secco che rimbomba seguito a breve da un urlo, che non si era spenta l'eco del primo che attacca in continuum il secondo. "Guarda tu", mi ordina Luca, pallido… Io non guardo… d'istinto ritiro in fretta il cavo d'acciaio , come un assassino che per prima cosa nasconde l'arma del delitto; non l'ho fatto razionalmente, non ho pensato, in quel momento ero solo terrorizzato…
"Mi creda…"
Quasi subito abbiamo capito: un tenditoio si è sganciato, non tanto per la tensione, ma il cavo arrotolato… mi diventa difficile dirlo, vede, adesso, gli faccio un disegnino che capisce, senza offesa, meglio… La solita storia di maschio e femmina che va sempre a finire male, e si conclude in tragedia. Il tenditoio, un buon mezzo chilo, è sbattuto proprio sulla vetrina di Prada, vende borsette, compra quadri e barche a vela, proprio in fronte a noi, magari… che dico, in caso di danno ci saremmo anche messi d'accordo… ma siamo assicurati… noi. Adesso piano piano mi affaccio e vedo una bella ragazza che dopo l'urlo cinguetta con le colleghe: non sa spiegarsi cosa sia successo, rimarrà un mistero per la piccola Lulù, per sempre, ne parlerà con amici, in famiglia, amanti.
…"Sì, proprio un colpo di pistola…" racconta al direttore che fa finta di seguire il discorso, che poi la Lulù non è che avesse tanti argomenti da far interessare, oltre al bel culo.
Anche questa installazione, nella genesi, nasce miracolosamente, per caso. Bene…: Alessandra dirige la libreria Garzanti, sì proprio quella dove ora vendono cravatte, ché il monopolio dei tre gruppi "piglia tutto" hanno fatto chiudere le medie e piccole librerie come a New York vent'anni fa, faccio un passo indietro, il motore è Luigi: "La faresti una mostra di piccoli disegni in Galleria, alla libreria Bocca…", lo anticipo "no", "Garzanti", dice Luigi, "sì, certo…". Alessandra mi propone quasi per gioco di fare un'installazione per esaltare la piccola mostra: conosce l'assessore, che si incontrano e si salutano al primo caffè del mattino. Il dottore, inzuppando la brioche nel cappuccino, inevitabilmente si macchia una volta la camicia, una volta la cravatta, il negozio di cravatte non è suo, quello che è andato ad occupare lo spazio della libreria, succede, prima di andare in ufficio. Proprio in quel momento di sofferta angoscia, Alessandra propone. "Ma certo" risponde l'assessore, mentre con il fazzoletto ripiegato cerca di pulirsi l'irrimediabile patacca.. Preparo un progetto e me ne torno negli Stati Uniti, ogni tanto telefono ad Alessandra, a Luigi, a Marco… "Tutto a posto, sta tranquillo, ti aspettiamo…" La "fiera" della burocrazia mi aspettava…, le grane burocratiche, l'assoluta impossibilità di comunicare con la legge, con i tutori della legge che non conoscono le leggi, gli unici argomenti che li trovano ferratissimi sono: il numero delle copie e le tasse da bollo.
Alla voce "licenza di occupazione di spazio pubblico" devo pagare una tassa: sono considerato come un venditore di caldarroste, e mi va bene, mi diverte, ma il mio cazzetto è volante, l'installazione, faccio fatica, ma fra catalogo, fotografie e disegni riesco a rendere l'idea. "Torni domani alle undici" E ricomincia la storia, fra cataloghi, fotografie e disegnini. "Marchetti, vieni a vedere, che io mi occupo solo delle statue viventi in Galleria." "Vede, signor vigile, la mia installazione si troverà su in alto dove una volta correva il trenino per accendere i lumi a gas" "Bene, ci pagherà la proiezione sul piano di terra delle tele nel numero impiegato e nelle angolazioni, dipende poi da dove e come saranno agganciate, vediamo, il parametro di costo al metro quadro è di lire…" e se la mamma compra 3 kg di mele al mercato e fa la doccia 9 volte alla settimana, come si chiama il gatto di famiglia? Sto per rinunciare, poi la solita telefonata dall'alto… i problemi sono tutti diversi, ma le soluzioni tutte uguali… e in alto cominciamo a tendere i cavi. L'organizzazione operativa… (ormai attanagliato, colpevole, sconfitto, redento dalla burocrazia, uso il suo linguaggio non è cosa semplice: oltre ai problemi tecnici, è ovvio ci sono quelli di sicurezza, di responsabilità civile e assicurazione di cui per fortuna l'amico architetto Marco Della Torre si occupa e si preoccupa, lui, già in ansia proprio in quelle ore per il previsto, felice arrivo di due gemelli; ecco, mancano ancora gli accessi a posizioni strategiche da dove si possano tendere e traguardare le tele. La situazione si fa comica e grottesca, vista a tre anni di distanza. Punto uno (inteso come finestra): ufficio comunale; punto due: sede del partito dei Verdi; punto tre: sede della scuola di lingue, sezione francese; punto quattro, infine: scuola interpreti, sezione inglese. Per coordinare orari, agibilità, mugugni, divieti e incazzature sono impazzito, mi sono raccomandato,, ho pagato, forse, dopo tanti anni ho persino pianto in segreto. Ma come un organismo malato trova la soluzione e la compensazione ai suoi mali, eccola qua, la Pombos Cage, che vola trionfante. "Congratulazioni, Martini".

Il bulgaro non si fa vivo… mi aveva promesso… doveva telefonarmi… telefono io, è vero, sono un ansioso, e allora? Allora telefono a Giulio, ad Enrico, ad un piccolo artigiano che ha un'impresa. "Pronto?… non si sente… non si sente all'altezza… Scusi, signor Martini…". Il bulgaro mi manda un bulgaro, in ritardo di due ore all'appuntamento , è spaventato, ma di cosa? La mafia easteuropea, li guardano a vista, i caporali del nostro sud… un fantomatico architetto suo compaesano… e dormono tutti insieme nelle baracche… Cristo!… E' tardi per preparare l'intonaco, Bresciani è già chiuso, dopodomani sarà Ferragosto… è vero, anche un mio studente era nelle stesse condizioni, si è confidato con me,… Moretti, perché solo adesso mi viene in mente… mi consiglia Pino, telefono, telefono… Telefonare a: Pino; è bravo. Nel frattempo ho conferma da Bacchetti, Della Torre… potrei costruire un palazzo… e… sono solo sei metri quadri di arriccio alleggerito e coccio pesto… forse sono più tranquillo. Ambracane.

quattro e 45 p.m.
Quattro reduci, quattro sioux, quattro scampati, quattro nel baretto di corso Venezia stanno addentando un panino, le truppe naziste hanno lasciato da poco la città… la radio ha annunciato da poco l'attentato a Togliatti… i Russi comunisti sono entrati in Ungheria… l'assedio di Lisbona… la battaglia di Kahlemberg… la guerra dei sei giorni… l'incendio dei pozzi in Kuwait… è morto mio padre… un cinese agonizza a Pechino… "Ma che c'entra con l'affresco, scusa?" Non lo so ma va bene lo stesso. Luca Tamburlini, presente… Francesca Gagliardi, presente… Luca Lovati… Sandro Martini. Oppure si ringraziano i signori.

Come i bambini ho un concetto del tempo molto approssimativo, troppo elastico in riferimento ad un passato scivolato dal 1960 agli anni '90. Più di trent'anni in un minestrone informe fluttuante che mi riguarda poco. Da molti anni lavoro con Luca. Stiamo invecchiando insieme…la vergogna del retorico (quando si dice la mano destra… dell'ispettore)… qualche volta parliamo, per lo più è superfluo. Ci capiamo in ogni modo "Va bene…" Amicizia, rispetto.

Come è possibile superare l'abuso eliso dei termini quando servono davvero. Attori in pausa di lavoro, con un calice di vino in mano, addentando il panino, senza togliersi il costume e il trucco di pittore cavia della società, sporche le mani e le braccia fino al gomito, il gilet scaramantico… sempre lo stesso, da tanti anni; una memoria, una reliquia di quello che è rimasto. Il resto, rattoppi e cuciture, come le mie tele. Mi torna in mente il film di Ferreri "Non toccare la donna bianca".
Indiani(?) gialli e blu si facevano un Pernod a Parigi nelle pause… siamo al cinema… nel valzer dei completi scuri e rigati, eleganti e serie signore "in Valentino", le facce e gli atteggiamenti quasi comici delle guardie del corpo. Come al cinema, siamo al cinema?
Protocollari saluti che sembrano dichiarazioni di guerra e di guerra si sta parlando, che c'era il conte Arnoldo di Aarscolot, il quale comandava i guerrieri provenienti da varie parti dell'impero germanico, che c'era Cristiano o Gisteul, capo dei fiamminghi o dei bolognesi(?) di Francia, e che la terza parte dei crociati era guardata da quattro conestabili, vale a dire Herbert di Glanville, Simone di Dover con le navi del Kent, Andrea con i londinesi e Xavier de Archelles con il resto. Senza comando maggiore, ma dotati di autorità, forza militare e influenza politica per intervenire nelle discussioni, dobbiamo citare anche il normanno Guglielmo Vitulo e suo fratello, di nome Rodolfo, ambedue poco raccomandabili. Le paure di sempre riaffiorano, i mostri dell'ID ruggiscono in agguato, il golem non ubbidisce più al suo padrone. Il feroce Saladino cavalcherà, signore, a Parigi, sta ancora vomitando fumo a Manhattan, che si intreccia con quello del Bronx mai spento, bruciano cadaveri, cemento armato e il denaro di tutto il mondo. Ognuno pianga i suoi dolori: dalla Corea all'Afghanistan. Nel commentare l'affresco un ragionierdirigente ha detto: "Bello, esplosivo…".

Cito a memoria: ho letto nelle sue lettere che Jackson Pollock aveva scritto che sognava di dipingere su vetro: non l'ha mai fatto, forse aveva, come me, il terrore della fragilità; il vetro, in mano sua, non avrebbe resistito un solo minuto, immagino. Non mi sorprende che pensasse al suo colore appoggiato nel vuoto, galleggiante senza supporto, il dripping volante, galassia del cielo stellato di gocce.
Anch'io ho fatto lo stesso sogno: il segno non appoggiato sul foglio, sulla tela, sul muro; inciso, impresso, tatuato su di un supporto nobile, ferita sul foglio, nella malta, vola la trina nel vetro bianco canadese.
v Incido con violenza, pazienza, scrivo sul vetro col morso della punta di diamante.
Inchiostrato come una lastra che non stamperò mai il segno si proietta, si distorce sul bianco del muro, sgranata la messa a fuoco come su una vecchia pellicola, più da immaginare che da vedere.
Cazzo se mi piace l'acquerello, parente stretto dell'affresco, che uso nello stesso modo: la carta preparata, bagnata, intrisa d'acqua, pigmenti puri, gli stessi dell'affresco, stessi contenitori, stemperati nel medium: lo preparo io, come mi aveva insegnato Palagi: un cucchiaio di miele, due di gomma arabica e un bicchierino da whisky di acqua. Prima i chiari; avanzi colore per colore fino al nero profondo, che il bianco è nel muro, nel foglio, la carta come pelle rabbrividisce e risponde, viva.

Autoritratto con baffi.

Nel 19.. Quarantadue anni fa leggevo "Le gomme" di Alain Robbe-Grillet, Ed Einaudi, I Coralli, £…
Sognavo dei baffi come i suoi, non gli somigliavo per niente, ma ho amato così tanto quel libro…
Nacque Matteo, avevo ancora la faccia da ragazzino di buona famiglia, mi lasciai crescere i baffi per prendere in prestito un po' di autorità e riderci sotto. Non li ho più rasati quelli che erano rossi e me li porto dietro come l'ombra.


 


 

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