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Diario di un naufrago senza piedi, carta e matita.

Diario di un ergastolano senza piedi, carta e matita.

Diario di uno scrivano notarile, durante le ore di ufficio, senza piedi carta e matita.

Diario di un viaggio in treno da S a G il 22 agosto 1992, senza piedi, carta e matita.

Diario di un cecchino che deve uccidere il presidente del Cile, senza piedi carta e matita.

Diario aspettando una lei che non arriva, senza piedi carta e matita.

Diario per pagare i debiti passeggiando, senza carta e matita.

Diario per prendere sonno nel buio, senza piedi carta e matita.

In un posto lontano... la storia del venditore di piedi

In un posto lontano... lontano il paese di “chissà dove

In un posto lontano... lontano, nella nostra testa, in una valle incorniciata da valli alte, altissime, in un luogo che non è scritto né pensato, c’era un paese. Lo troviamo nella storia.

Il paese aveva la piazza, la chiesa, il fornaio, il meccanico, il farmacista, il mercato, un giocattolaio, il ristorante, il ferramenta, il droghiere, l’orologiaio, la mesticheria, il fioraio, l’ottico, la lavanderia, l’ospedale, l’arrotino, l’ombrellaio, il tabaccaio, il bar, il vetraio, la caserma dei pompieri, le guardie, la pizzeria, il gelataio, il vetraio, il municipio, il parco giochi ...

come addormentare il Pepe dalle 22 e 15 alle ...

Come tutti i paesi di questo mondo

e dorme il Pepe...

Mistero rozzo di sopra, Mistero rozzo di sotto si chiamava il paese

Donne, uomini, cavalli, bambini, preti, cani, galline, zii, nipoti, gatti, topi, nonni, buoi, conigli, cognati, sindaco e ladri, ragni, zanzare, fagiani e parenti lavoravano dall’alba al tramonto, avevano giusto il tempo di zufolare un rapido buongiorno al mattino e una buonanotte la sera, ma il buon gli restava sempre nel gargarozzo, si impastava in mezzo ai denti ...

Lavoravano, caracollavano, correvano, si imbattevano sempre zitti, si facevano pipì in tasca per farla più presto, mangiavano addirittura nel piatto per risparmiare il tempo che impiega la forchetta per andare dal piatto alla bocca.

Si chiamavano a fischio, tutto era sempre in ordine e pulito, mentre facevano una cosa ne facevano due, mentre lavoravano mettevano a posto, mentre si sporcavano si lavavano, mentre aravano mietevano, mentre cantavano pensavano, mentre raccoglievano ciliege le mangiavano, anche gli animali si erano adeguati a questa usanza di vita.

Per esempio le galline facevano l’uovo nella padella, le mucche zampillavano il latte nelle bottiglie, i polli si spennavano da soli quando sapevano che era ora, che era tempo di finire in pentola e allo stesso modo i conigli si levavano la pelliccia come se fosse il pigiama.

Ai processi nessuno parlava: per decidere se l’imputato era colpevole o innocente facevano testa o croce con una moneta.

Mangiavano l’uva e aspettavano che nella pancia si facesse vino.

I ladri, per rubare nelle case, avvertivano in tempo, così gli lasciavano la porta aperta e la roba da portare via sul tavolo di cucina, così non scassinavano le porte che avrebbero dovuto essere aggiustate e non mettevano in disordine le altre stanze.

Anche il prete diceva la messa a fischi: in 5 minuti era bella e finita.

Dormivano con il cappello per non toglierlo la sera e rimetterselo la mattina e si lavavano ignudi per strada quando pioveva.

...e dorme il Pepe prima di prendere sonno: ad ogni frase o parola mi ripete si

Un giorno arrivò nel paese di Gibbotto una vecchina inglese con i capelli bianchi violetto, una piuma sul cappellino e l’Alpenstock paglierino per la merenda, la borraccia per l’acqua con lo sciroppo di lamponi per bere in passeggiata vuota, se l’era tracannata tutta cammin facendo mentre raccoglieva more, mirtilli, lamponi, funghi e fiorellini e s’era persa.
Chiese un bicchiere d’acqua e una seggiola al primo che incontrò, un contadino che gli fischiò ho da seminare, non ho tempo. Chiese a una donna, ho da fare la maglia, non ho tempo, chiese a un bambino, ho da giocare, non ho tempo, chiese al prete, ho da pregare, non ho tempo, chiese al meccanico, ho da bullonare, non ho tempo, chiese al ladro, ho da rubare, non ho tempo.

Arrivò sera, lei sempre a chiedere ma rimase ritta e a bocca asciutta; quando il gallo cantò e le galline si appollaiarono, tutti se ne andarono a letto senza nemmeno guardarla o vederla la vecchina ... e andò a letto il prete, la perpetua, il bimbo, il meccanico ... e via tutti gli abitanti del paese...

...finché il Pepe non prende sonno

La vecchina inglese era furiosa come tutti gli inglesi a cui non si da’ retta o poca considerazione e volle vendicarsi e fare un bel dispetto. Così, quando tutti dormivano alla grossa, prende un bel sacco e a uno a uno svitò i piedi al prete, al bimbo, al cavallo, al meccanico ... (enumera tutti i mestieri che ti vengono in mente e i nomi propri) a Luigi, Filippo, Giacomo, Maria, Simone ...

...e anche stasera ronfa

Mise i piedi nel sacco, se lo caricò sulle spalle e se ne andò chissà dove.

Gigì e Pipì

Anche Gigi era un buon diavolo di vecchiettino, la faccia cotta dal sole, scolpita come una tomaia secca di scarpa. Al centro un gomitolo di rughe, sotto due cespugli di sopracciglia pepe e sale brillavano due occhietti piccoli piccoli, mobili come mercurio inchiodati a guardare qualcosa che non c’è e poco più in alto il suo bastone secco come un gambo di sedano...

ma adesso lo vestiamo... lo zavorriamo a terra con un paio di scarponi vecchi e lucidi quanto lui allacciati di stringhe gialle, i calzettoni sono rosso scarlatto, i pantaloni a mezza gamba di un bel blu scuro, una camicia rossa come i calzettoni e un bel cecio giallo come le stringhe ...

...dimenticavo

...i baffi erano stati rossi e qualche pelo di barba biancastra sparso, rudi e ispidi come le spine del fico d’india, i peli.

Borbottava sempre, si dava ordini o consigli o si diceva le cose da fare come se le avesse già fatte tanto tempo prima. Si legava pezzi di corda, stringhe vecchie che raccoglieva per terra, pensando che gli sarebbero stati utili e qualche volta - di rado - lo erano davvero.

Spaghini che si legava alla cintura dei calzoni o nelle asole dei bottoni. Teneva un pezzo di quella corda sempre fra le dita, come il rosario di un prete, e ogni tanto faceva un nodo complicato senza guardare. Sulle sue spalle un sacco di pelle unta, morbida e grassa, che poteva contenere una sola crosta di formaggio o il trasloco per una casa intera. Ogni tanto nel sacco ci infilava una mano e dentro ci cavava fuori sempre quello che gli serviva: occhiali, pinze, fili, fil di ferro, da cucire, un libro, un ritaglio di giornale ben piegato, una scala a pioli, un mozzicone di matita, forbici, un righello, scatoline misteriose di ogni dimensione.... nessuno ha mai visto o saputo il fondo di qual sacco.

...il Pepe dorme...

Pipì era una scommessa fra un cane e una scimmietta, un gatto e un passerotto color topo che scappa, un campanello legato alla collottola e un mezzo sigaro di coda, la lingua scarlatta tremula e penzoloni, si agitava, correva, barcollava, zompava in continuazione, era più il tempo che stava su tre zampe che su quattro.

Difatti alza la gamba e piscia, sprizza, benedice, segna, schizza ora un sasso, un muro, un fiore, la gamba del tabaccaio, qualunque cosa che inciampasse nel suo frenetico correre, rincorrere, annusare, niente di più appropriato di chiamarlo Pipì.

Gigi e Pipì, col tempo buono, si facevano delle magnifiche passeggiate in montagna, partivano presto senza sapere o pensare dove sarebbero andati o quando sarebbero tornati.

Gigi metteva nello zaino un po’ di cacio, una mela, vino allungato, un po’ di pane e un bel pezzo di lardo bianco e sodo come marmo di Carrara e via...

...ma Pepe dorme davvero adesso o sta ascoltando? ... e adesso viene il bello ...

Un giorno attraversa prati, boschi e ruscelli, attraversa ponti, boschi, ruscelli, ponti, ruscelli, rocce, boschi, lenzuola di neve e lenzuola di neve e prati e boschi e prati e boschi...

Pepe dorme finalmente santo Dio!

Pipì pisciava e correva avanti e indietro, abbaiava alle mosche e ai sassi, annusava tutto quello che c’è da annusare scompare dietro a un cespuglio e viene fuori dal ruscello, si butta di rincorsa su un prato in discesa e ricompare in cima a una roccia, insomma non sta un momento fermo anche quando Gigi si siede su una pietra a riprendere fiato e a sbocconcellare un po’ di pane e una sorsata di acqua e vino.

Raramente richiama e fischia che intanto Pipì ricompare sempre, né si preoccupa delle assenze più lunghe - magari avrà incontrato un coniglio, un uccellino o una farfalla da rincorrere - quand’ecco si infila in un buco fra i sassi e per un bel po’ non si fa vivo.

Gigi, che è ora di riprendere il cammino, lo chiama Pipì Pipì, ma di Pipì nemmeno l’ombra.

E cominciò a preoccuparsi. Allora anche Gigi si infila nel buco fra i sassi, bestemmia ed esce su un prato da dove parte un viottolo, poi una scalinata scolpita nella roccia, passa per un prato, ruscelli, boschi, lenzuoli di neve e chiama e fischia ... Pipììììì

...Pepe dorme

Alla fine si ritrova in un paese e c’era la chiesa, il vinaio, il tabaccaio, l’officina del fabbro, la merceria, la scuola, il negozio di giocattoli, il droghiere, il municipio, l’ortolano, il macellaio e tante casette tutte in fila ma non tante. Non c’era anima viva per le strade e non si sentiva che volare le mosche, ma vide Pipì che scorrazzava per le strade vuote e pisciava a più non posso a odori nuovi che non c’era che scegliere.

Gigi si fece un bel giro per vedere se incontrava qualcuno, ma qualcuno non c’era proprio nemmeno per strada. Si decise di bussare a una porta   .... avanti!   si rispose dal dentro, la porta cigola e nel ti vedo e non ti vedo la voce dice nel losco e brusco se hai sete bevi, se sei stanco siedi, se hai fame mangia pane a cacio. Fa da solo perché non posso muovermi. Fame Gigi l’aveva proprio e anche sete. Magari un mezzo bicchiere di vinello di casa me lo farei volentieri che ho camminato un bel po’ per star dietro a quel figlio di un cane di Pipì, che da solo non l’avrei trovato di certo, tanto è nascosto nella valle. Nella credenza c’è anche il vino disse la voce, ma versatelo da solo che non mi posso muovere. Che è successo, ti sei fatta male? non sta bene in salute? possa darle aiuto? No, rispose la voce, è una storia lunga, mentre ti sgargarozzi il vino te la racconto. E la Sora Rosa racconta la storia.

E’ un bel paese il nostro, c’è la chiesa, il vinaio, il tabaccaio e via di seguito ...

...fino a che il Pepe non si addormenta

un bel giorno venne una vecchia zitella inglese a chiedere acqua e riposo. Non si sa come mai fosse venuta da queste parti, e tu sai Gigi come è difficile trovarla questa valle ... giusto per caso ... ora noi si lavora sodo e nessuno aveva tempo da perdere con questa rompicoglioni. Si andò a letto la sera come al solito stanchi morti e la mattina ci accorgemmo tutti che ci avevano rubato i piedi.

Mi da l’idea che il dispetto l’abbia fatto proprio lei, l’inglese avvizzita.

Gigi aveva finito il bicchiere di vino e se ne versò un altro goccio. Ma proprio tutti senza piedi, galline, polli, vecchi, giovani, femmine, maschi, proseguì la Signora Rosa e fu silenzio.

Gigi s’era fatto un mucchio di gozzare di vino fresco e al suo fiasco si vedeva già il culo.

Ci pensò su, a modo suo fece una dozzina di nodi alla sua cordetta e disse vi posso aiutare io, ma ce li avete i soldi? Si si, quattrini si, ma i piedi no, gli disse la Rosa, allora io conosco un bottegaio che vende i piedi di tutti i tipi e misure, da uomo, da donna, da ciuco, da bambino, da gallina, da cavallo e da ...

Pepe dorme...

lasciatemi prendere le misure a tutti, fare due conti, mi date i soldi sulla fiducia, ma io vi lascerò in pegno il mio naso. Mi ci vorrà tempo e siamo vicini all’inverno, ci sarà tanta neve sui monti e non potrò tornare che a primavera. Dovrò attraversare prati, fiumi, boschi, ruscelli, fazzoletti di neve e così via ...

finché il Pepe non dorme...

al mattino presto Gigi e Pipì partirono senza che nessuno li potesse accompagnare né salutare e non potevano perché nessuno aveva i piedi. Gigi attraverso fiumi, prati, ponti, montagne, ruscelli, boschi, fazzoletti di neve e prati e ponti e montagne...

e un’altra dormita del Pepe...

arrivò al suo paese e si riposò al sabato e la domenica e aspettò il giorno di mercato. Andò nella piazza del mercato proprio la mattina presto e nella piazza del mercato c’era il banco del formaggio, della frutta, del macellaio, del pesce, del sale, del Pepe, dell’olio, del sapone, dei giocattoli, dei capelli, dei cappelli, delle cravatte, delle stringhe, delle bucce di banana, dei torsoli di mela, dei culi di scimmia e penne di canarino e ...

e avanti così finché il Pepe dorme...

Gigi domandò del banco del negozio del venditore di piedi. Qualcuno lo sapeva, qualcuno lo sapeva e non lo diceva, qualcuno era troppo pigro o era troppo dispettoso per dirlo o magari gli dava le indicazioni un po’ vaghe o approssimative...

...traboccami di forze...

passò davanti al banco del formaggio ... c’era lo stracchino, la mozzarella, il provolone... andare avanti fino a sonno avvenuto ... se manca sonno si prosegua con il banco della verdura, il macellaio, i casalinghi e di seguito enumerando generi e prodotti a me generalmente il giro del mercato dura una settimana

sette notti ... incredibile!

e domandò e chiese dapprima a tutti poi sceglieva le facce intelligenti o rugose, che si suppone più sappiano, ma non si ricordava proprio dov’era il negozio del venditore di piedi e trovò un signore che gli disse va avanti a dritto la prima a destra, che è da perdere, poi c’è cento metri a sinistra, non cinquanta magari trenta, poi la terza a destra, no la prima a sinistra, la piazza della chiesa che non mi ricordo come si chiama e poi chiedi, no?!

Chiese e gli fu data la stessa indicazione, chiese e gli fu data una indicazione diversa dalla prima, e chiese e gli fu data un’indicazione che non somigliava affatto alla prima chiese e gli fu data un’indicazione che non corrispondeva né alla prima né alla seconda...

e così a piacere finché non prende sonno il Pepe...

...arrivò alla fine alla bottega del venditore di piedi, un po' per caso un po' perché seguiva al rovescio le indicazioni che gli avevano dato.

Era una botteguccia piccola piccola e il venditore era un omino grasso, tondo e pelato che fra pancia e testa si andava alla boccia con il pallino accanto e la botteguccia era tutta piena di piedi, piena zeppa, straboccava, strabuzzava di piedi che sbucavano dalla porta, dalla finestra, si affacciavano dai cassetti, dalle casse, dagli armadi, erano appesi come salami a sacchi al soffitto, qualche piede girava nervosamente avanti e indietro e qualche altro tentava di scappare per strada ma erano tutti legati l’uno all’altro con tanti pezzetti di spago forte.

C’erano piedi di rinoceronte, elefante, pinguino, marinaio, gallina, passerotto, gatto, cane, coccodrillo ...

...avanti tutta al sonno del Pepe

ma i piedi di pesce non ce li aveva perché i pesci sono senza piedi.

Gigi gli dette i soldi non dopo avere contrattato a lungo e il venditore gli dette un bel sacco pieno di piedi e gli disse legalo bene il collo del sacco altrimenti ti scapperanno. Era passata l’estate e l’autunno e l’inverno ed era tornata la primavera: Gigi era pronto a partire.

Preparò il suo zaino con il formaggio, il vino, il pane e la frutta, si vestì con gli scarponi, le stringhe gialle, i calzettoni rossi, i pantaloni blu, la camicia rossa, il cappello giallo ...

Si incamminarono e Pipì correva sempre avanti e pisciava dappertutto e passarono fiumi, montagne, prati, boschi e ruscelli, fazzoletti di neve e trovarono con facilità il passaggio del paese di Pedalò. Arrivati cominciarono la distribuzione dei piedi che fu un vero casino.

Gigi faceva confusione perché ci vedeva poco, dette un paio di piedi grossi e callosi a un neonato, due sinistri al fabbro, un piede enorme e uno piccolo al farmacista che li aveva buttati alla rinfusa nel sacco ed erano tutti spaiati. Dette al gatto i piedi di una gallina e al topo quelli di una papera. Qualcuno rimase anche zoppo perché Gigi aveva fatto male il conto o il droghiere non aveva pagato abbastanza per avere due piedi.  Alla fine si aggiustò tutto alla meglio, con mezzo chilo di buon senso. Fecero una bella festa, bevvero tutto quello che c’era da bere e anche quello che non c’era e quello di un’altra storia che ti racconterò.

E la vecchina? la vecchina si pentì del dispetto che aveva fatto nel paese di chissà dove.

Si annoiava e questi piedi le ingombravano metà della casa e non stavano mai fermi. Così attraversò montagne, fiumi, prati e boschi e città e paesi e fazzoletti di nevi e prese treni, aerei e taxi e metropolitane e sentieri e cammina cammina arrivò. Rimase stupita del gran movimento che c’era nel paese di chissà dove

Come tanto tempo prima a chi chiese gli fu raccontata tutta la storia e fu perdonata fra lacrime, gemiti, sospiri e sorrisi. La vecchina voleva restituire i piedi che aveva svitato quella notte ma le fu detto che ormai non servivano più perché gli abitanti di chissà dove per evitare altri problemi se li erano fatti incollare ai piedi dal falegname.

Alla vecchina inglese venne data una botte d’acqua e dodici seggiole. Bevve e si riposò. Ogni cinquantadue minuti doveva bere un bicchiere d’acqua e cambiare seggiola per un anno intero. Poi le dissero un bel ciao e la rimandarono a quel paese.

Arrivata nel bosco si sedette per riposare. Il sacco dei piedi era pesante e caracollava sempre perché i piedi non stanno mai fermi. Decise così di liberare i piedi e vuotò il sacco.

Filippo non ti stupire se troverai un paio di piedi che camminano nel bosco: sono in giro da tantissimi anni che cercano il loro padrone, ma non lo troveranno mai perché non hanno testa, ne’ sete, ne’ sonno e non andranno mai a scuola.

La storia è lunga e mi sono annoiato di raccontarla. Tu non mi senti perché ti sei addormentato e sei grande per raccontarmi la novella dello stento che dura tanto tempo e non finisce mai.
La vuoi sentire si o no?

Mi è apparsa d’un tratto con imperiosa evidenza la necessità di lottare contro il tempo, vale a dire di imprigionare il tempo.

Mentre lasciandomi andare sto vivendo un giorno dopo l’altro.

Il tempo mi scivola tra le dita, perdo il mio tempo, mi perdo.

Il mondo della vita normale è stato improvvisamente arrestato, addormentato, ipnotizzato, bloccato in uno spaventevole armistizio: il tempo ha annullato il rapporto con le cose esterne abolite.

Un altro mondo è subentrato e gli assassini sono sottratti alla ragione delle cose umane, degli scopi umani, dei desideri umani.

Sono trasfigurati ... spogliata dal suo sesso ... dimenticò di essere nato donna ... si conformano alla immagine dei demoni e improvvisamente il mondo dei demoni si rivela.

FISTER SMAYER

Dopo aver goduto del bel turgido seno al vento di Paolina, che anche se coperto con un velo di marmo mostra il meglio di se, a Lucca, l’aveva fatto sfrontatamente tanto da far incazzare Napoleone al punto di far guerra alla Russia con la speranza di rinchiuderla in un isba siberiana a placare i bollenti spiriti.

Sulla destra trovi il teatro e di fronte un albergo di fine secolo, invecchia tutto insieme portiere camerieri zoppicanti, facchini gobbi, mobili, camere sgualcite e trascurate ammuffite enormi, ci ho anche dormito qualche volta.
E’ una stradina stretta e acciottolata che ti porta allo sbilenco San Martino, dalle poppe di Paolina all’ascetico San Martino pensato in verticale come un diagramma impazzito, dalla profana Piazza Grande da Napoleone ti trovi in pieno feudo dell’arcivescovado a scansare frettolosi seminaristi e monache, sempre a coppie o drappelli e negozi di pizzi, di calici, di turiboli, ostensori, paramenti alla moda, insomma tutto quello che serve per le funzioni proprio in via ... c’è il negozio di   questo Smayer: è impossibile appoggiare un piede sul pavimento senza inciampare in qualcosa, in un rovinio di tegami, chiodi, campanelli, gambe di tavolino, arnesi, lampadine bruciate, forchette, cucchiaini.
Fister Smayer, sì, un antiquario - mi spiego meglio - Fister Smayer sta all’antiquario come la Fabriano sta allo stracciaio che raccoglie cartoni per strada. Dall’acquisto in blocco del grosso antiquario interessato a pochi importanti pezzi ne segue il vaglio di altri rivenditori in successione di livello eccelso in fondo alla scala gerarchica e ci deve essere un fondo prima della polvere dei mobili - ci sono i Fister Smayer.
Ebreo lo era di diritto, parlava lucchese con una bava di inflessione straniera nordica.
Ci passavo quasi tutti i giorni, prima o dopo quello che non era propriamente un pranzo, dal suo negozio-laboratorio-cucina-camera da letto, intriso di un forte odore di piscio stantio.
E’ così che si invecchia il rame” mi diceva, e con il piscio invecchiava tutto e conciliava con le sue necessità corporali. Lasciavo ogni giorno mille lire o tremila lire in cambio di qualcosa di impensabile e misterioso e inutile che solo da lui potevo trovare e mi divertiva portarmelo in tasca dopo la contrattazione, magari gli fregavo un arnese o magari lui stesso me lo regalava. Il mio amico Fister Smayer “questa volta ce l’ho, fatta guarda questo Van Gogh” e mi mostra una tavoletta ovviamente dipinta da lui male senza la minima convinzione di imitarne lo stile; storco la bocca e dolcemente Fister Smayer mette via.

A Lucca ho lasciato la mia prima fidanzata a Fister Smayer.

Un lupo uccide un asino, due lupi seppelliscono una bestia morta.

Nel quadro seguente il lupo assassino legge la messa presso la tomba dell’assassino. Da quel lupo primitivo ritto sulle zampe posteriori, davanti all’altare la grande ostia bianca fra le grinfie, la bocca spalancata per la comunione ha qualcosa di burlesco e sacrilego.

Doveva essere un ebreo Fister Smayer, da quale parte del globo fosse scivolato a Lucca non l’ho mai saputo e nemmeno me ne sono mai preoccupato, ma dal momento che il mondo è rotondo certamente dall’alto verso il basso ... Polonia, Germania, Vienna... a gambe spalancate senza possibilità alcuna scivola sempre più veloce sul mappamondo e si blocca sul campanile di San Martino, impiantato a mo’ di picchetto fra i coglioni ... è proprio da San Martino in una viuzza che porta a Piazza Napoleone, vicino alle cosce e alle tette della Paolina Bonaparte, trova tana, tre metri per due, mi fa pensare a un negozio di spezie fiammingo, per entrare devi abbassare la testa tanto è bassa la porta e così si saluta se non batti le corna nello stipite; c’è di tutto nella bottega.

La difficoltà sta nel muoversi senza inciampare e sopravvivere al puzzo. Patina tutto con sydol, piscio, sigaro, resti di cibo, il cane e lui lì sublime e raccoglie tutto il puzzo in se medesimo ...

Fare il ritratto di Fister sarebbe troppo facile. Sono tutti più o meno uguali questi ebrei espatriati, anche nei modi e ti salutava con qualcosa che somiglia a un sorriso languido e bavoso. Mi piaceva molto Fister e il suo mondo enigmatico letterario.
Lo andavo a trovare tutti i giorni fra l’una e le due, nell’intervallo scolastico per il pranzo. Era generalmente appisolato su un trespolo o raggomitolato su un tappeto per terra di cui ne faceva unico ornamento. Bussò al vetro fino a quando la tartaruga stanca si alzava, apriva l’uscio: entrando inciampare nei paioli toscani di rame non è un rischio ma un obbligo. “Vedi Sandro - mi dice.- per invecchiare il metallo non c’è meglio del piscio”. All’improvviso gli occhi acquosi si illuminano e con un sorriso furbo mi guarda fisso e mi dice: “ho trovato il Van Gogh”. Mi mostra una tavoletta insozzata di colori debitamente patinata e polverosa e tutti i giorni il Van Gogh era differente e ugualmente assurdo. Faceva parte del rito che io ci sputassi sopra, col dito gli togliessi la polvere, no, non ci siamo, la visita si concludeva con l’acquisto di un chiodo torto, un pezzo di legno, una cazzata qualsiasi che mi davano l’opportunità di lasciargli un paio di mille lire senza offenderlo e gli fregavo una sgorbia e un vecchio arnese dal banco.

Tutti i giorni dal vecchio appisolato ebreo (olandese?) che inventava i Van Gogh.

Annaspare per non affogare in se stessi o nella merda

TS - LIMONE SECCO

I giri di bevute iniziati nel pomeriggio come onde ritmiche sul bagno asciuga si protraggono fino alle due di notte ... mi ricordo le feste in casa dei miei sedici anni, fra gli ultimi tenaci ti trovi abbracciato a una Maria ignorata da sempre pensando di avere incontrato il grande amore finalmente corrisposto. Alle due di notte sono per strada, in compagnia di un tipo ben piazzato, un signore si direbbe, anomalo per l’ambiente, vestito e calzato con stile, di difficile identificazione professionale e nessun desiderio di farsi notare, a pensare dove o come potremmo concludere o moltiplicare i giri.

Non mi ricordo - è plausibile - come sia iniziato il discorso. Mi ricordo che si tolse la giacca, si arrotolò con cura le maniche della camicia alla luce dei lampioni di Brera, mi mostrò le braccia escoriate di tagli cicatrizzati - una vera mappa carta geografica, un tatuaggio aborigeno, il più bel quadro di Fontana che abbia mai visto - e mi raccontò.

Finalmente mi sono deciso di chiudere con la vita, una notte, senza che ci fosse nessun elemento scatenante particolare. Mi sono detto: adesso basta, ho messo a posto le mie cose con calma, ho bevuto quello che avrebbe dovuto essere l’ultima e l’ultimo, poi mi sono spogliato, ho piegato con cura i miei vestiti, ho preso e saggiato la cintura dell’accappatoio, sono salito su una seggiola a legare il laccio alla trave del soffitto e così nudo su una seggiola, il cappio già pronto mentre verificavo la solidità del nodo, vedo il limone.

Un limone secco abbandonato sulla trave: rimangono intatti di un bel colore oro antico e duri come pietre. Allora io, nudo sulla seggiola con il cappio al collo, un limone secco in mano, ho cominciato a pensare come e perché cazzo fosse finito il limone sulla trave. Così si è fatta mattina ed era già ora di vestirsi e bere un caffè. Esistere vuol dire stare fuori, mister At, esistere è tutto quello che sta all’esterno, tutto quello che sta all’interno non esiste. Le mie idee, le mie immagini, i miei sogni non esistono, anche io non esisto se non evadendo da me stesso verso gli altri.

VESPA E VALCHIRIA

Livorno, Milano, Firenze, Livorno, Firenze, Milano un 1970 e qualcosa. Firenze, Levi, Saba, Palazzo Pitti, piatti da lavare, fame, miseria, buoni quadri e passione, finalmente la madre decide di riceverli all’Ardenza.

L’intenzione non era tanto di ufficializzare la relazione per la famiglia, quanto l’illusorio tentativo di recuperare un po’ di denaro per sopravvivere o per lo meno un regalo di casa per poi rivenderlo in fretta. Avevamo in effetti venduto tutto il vendibile, compreso le polizze del monte dei pegni.

La signora ricevette cordialmente lei e con affetto contenuto il figlio. Il pranzo e la tavola preparati con cura eccellenti. Dopo un pranzo lungo affogati in poltrone scomode con molle dispettose e anarchiche che segnano il culo un lungo ti ricordi ... Franco, Gino, Maria, Francesca, Cristina e tutto quello che era successo negli ultimi cinque anni tanto era che non si erano più incontrati.

La plumbea noia con cui raccontava con minuzia problemi legali di famiglia e l’eredità sempre più esigua del previsto ... ma contava sui sopravvissuti che avrebbero potuto del suo lasciare soldi o case o comunque cose ... il regalo venne poi, non spontaneo ma richiesto. “Dovessi spaccare una seggiola in due sarà diviso quel poco che era poi tanto fra te e tua sorella” oppure “Scegli quello che vuoi ma questo no, questo ... questo no o questo l’ho promesso a ...” Sparì in una delle stanze dopo essersi chiusa una porta alle spalle e si sentì un concerto di chiavi contrappuntata dalle carcasse dei cassetti e lucchetti che si aprivano e chiudevano nei silenzi ... riprese il tintinnio delle chiavi.

Si aprì la porta dopo quella che ci era sembrata un’ora - eravamo tesi, nervosi, estranei all’ambiente, alle chiacchiere, alle meschinità delle porte chiuse a chiave, alla diffidenza pesante con il mare di scirocco che vedo dalla finestra. Bene, riemerse con un pacchetto che mi porse e aprii subito. Erano due anelli ottocento d’argento da uomo, ornati e impataccati da due pietre opache dure. Ovviamente non appartenevano alla storia di famiglia, li vedevo al dito di una grossa e grassa mano di sensale di vacche, di poco prezzo che valutai all’istante, verificato più tardi al monte dei pegni di Firenze. Dopo cena fra un proseguo del dopopranzo continuo soldi-eredità-dispetti che conseguivano a cause fra parenti a me estranee. All’ora di andare a letto decise che io avrei dormito nelle stanze di sopra, la lei nell’appartamento al piano terreno, ben sapendo che eravamo concubini già da più di un anno. Ma prima di andare a letto chiesi il permesso di fare un giro sulla mia “vespa” lungo il mare mentre avrebbe riassettato la tavola e preparato i letti separati.

C’eravamo fermati poco dopo, in un anfratto di corbezzoli e ginepro, un talamo già predisposto, accogliente e collaudato. Faceva freddo in vespa, il frangere del mare, la luna, la tensione precedente, la passione, l’intensità del rapporto, lei si sente male, sviene. Tento invano di farla riprendere ... niente “è morta” mi dico e l’idea di salire sulla vespa, raggiungere la scogliera alta sul mare e buttarmi a tutto gas nel precipizio mi squarcia la testa. Accendo il motore e punto il faro sul viso per vederla l’ultima volta e dare l’ultimo saluto alla lei che si stiracchia sulla sterpaglia secca e siamo partiti per Firenze.

A registro 283573   28376 senza occhiali senza memoria

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Gli artisti tuttavia godono per tradizione di certi privilegi anche quando non se ne servono o se ne servono al contrario; mantengono un alone romantico di irriverenza che rinsalda il cliente nella sua provvisoria condizione subalterna e nella sua particolare superiorità.

INSTALLAZIONE CON MORTO

Era corsa a casa mia scarmigliata, sembrava febbricitante, tremava, gemeva, mi accarezzava la testa e mi coccolava, piangeva anche, forse. Lui è steso sul letto vestito e fuma, la corda la tengo io - disse - e se la mise in tasca in una di quelle sulla pancia come nei grembiuli. Era una bella corda di nylon robustissima, ne aveva chilometri in studio ammatassati con cura e con cura ne aveva tagliato il pezzo giusto, il necessario per quello che avrebbe dovuto fare.

Era stato all’improvviso, mentre lavorava, che gli era venuta l’idea perentoria, determinata, precisa, decisa, forte come un cuneo di legno in un bel mezzo di una giornata sovreccitata ma all’apparenza normale.
Un’idea e basta.

Basta, mi sono rotto i coglioni. Il gancio è l’ultima cosa che vedo steso dal letto prima di addormentarmi e la prima cosa appena sono sveglio, è inevitabile in quella posizione.

Un bel gancio murato, avrà sorretto il lampadario di ottone o cristallo con tante lampadine. Gancio robusto e corda robusto, mancava solo l’impiccato che sarei stato io.

Decisi di fare l’ultima telefonata rituale, che chi non ha veramente intenzione di fare fa. Ma la persona, vivendo abbastanza lontano, avevo la garanzia che non avrebbe avuto il tempo di raggiungermi in fretta.

Sono qua a farmi coccolare e rimpiango l’installazione con il morto.
Non ficcare tanto il naso nei miei quadri se non vuoi avvelenarti con l’odore del colore. I quadri non danno vita ad un oggetto ma ad una falsificazione, una copia della copia che diventa se stesso.

IL BALCONE SVEDESE

Mi era capitata a Milano - capitata sparata proiettata catapultata a Milano - nel suo stile, con poco bagaglio, all’improvviso.

E’ una storia lunga, di notte a bere e scopare, a smaltire la sbornia sui marciapiedi a New York.
Umberto Eco a una conferenza all’Istituto di Cultura Italiana di New York: ci incontriamo li, anzi è lei che incontra me e proprio mentre sto parlando con i Vignelli, Marco Eco, anzi loro parlano e io ascolto, una bionda mi infila in tasca un biglietto e non mi accorgo quasi al momento.
Con Marion siamo in crisi da tempo; all’apice della crisi ritrovo il biglietto. Telefono, ci diamo un appuntamento sulla 49esima, giusto per una birra che devo vedere Holly Salomon la stessa sera.

La lascio delusa nelle mani di un amico artista fiorentino che mi viene a trovare da San Francisco.

La mattina dopo mi dice stravolto che lo ha pilotato di bar in bar per mezza Manhattan fino all’alba. La sera dopo toccherà a me e comincia così una storia di bar, marciapiedi, scopate e follia.

Mi invita a cena con Marion e suo marito, che poi ci pizzica una notte in un bar e mi vuole menare; io gli dico che è meglio che ci offra da bere.

Ci riceve allegramente, con Marion e suo marito, un bel quartetto davvero ... la mattina del giorno devo partire presto, ho un lavoro impegnativo a Livorno, la scongiuro di farmi dormire e che non posso bere come un pazzo a Milano come a New York: si incazza come una bambina viziata e allora le ho fatto tagliare i capelli dal mio parrucchiere. Sta bene ma è rimasta male, ogni tanto piagnucola pensando ai suoi bambini e al marito che a New York si scopa una cubana creola che mi sono scopato anch’io per vendetta o per noia. Esce di casa, me ne vado a letto semi-tranquillo. All’una, alle due di notte mi citofona un tipo che me la riporta a casa: ha bevuto un po’.

La prego di dormire che l’indomani mattina andrò a Livorno. Altro capriccio.

Mi dice che verrà anche lei. Un no, butto una zuppa di vestiti nella sua valigia, chiamo un taxi che costerà 50.000 lire di attesa e le impongo di tornare a New York dai bambini e dal marito che si chiava la cubana.

Alle quattro del mattino sguscia dalla porta, corre all’ultimo piano e cosce fuori dalla ringhiera “mi butto” minaccia “a Livorno o mi butto”, “Livorno mai, buttati”.

Telefono a Paola alle cinque, alle cinque e mezzo scendono insieme. Alle sei faccio la doccia. Alle sette e un quarto prendo il primo taxi per la stazione.

E’ in Argentina adesso con il marito e i bambini.

Disegno e dipingo sul foglio e sulla tela. La mia mano descrive la stessa invisibile rete di movimenti e trasforma   in materia il movimento; il segno riproduce l’immagine. Tempo diversa, come se i nervi che partono dall’occhio si collegassero adesso con una ragione nuova del cervello immediatamente attigua. Certo tuttavia archivio di un altra esperienza e quindi fonte di una nuova informazione.

SANTO SPIRITO

Guardando la facciata sulla sinistra trovi il vetraio nella bottega stretta e lunga. C’è più vetro che spazio, un vero miracolo uscirne senza tagliarsi. L’artigiano prestigiatore manovra e taglia l’invisibile che fluttua nel pieno, forse l’idea mi è venuta proprio lì, c’ero stato qualche giorno prima.

Sto lavorando bene, dalla finestra faccio scendere il paniere e di sotto il salumiere alla voce mi manda un fiasco di Chianti.

Va bene tutto, un cazzo, cominciano le liti, non ho una lire, odio Firenze mi manca Milano, dove sta succedendo un vero casino fra gallerista e amici, traditi dalla mia fuga.

Ho comprato un vecchio rasoio da Fister Smayer. Si ferma in piazzetta tutte le mattine verso le dieci. Il rasoio mi affascina e lo temo, non so cosa sia successo, il vino, la crisi, di fatto ho due cicatrici simmetriche sugli avambracci molte vistose. Le avevo mentito, che mi sarei ferito dal vetraio, dovrei domandarle se mai ci avesse creduto. Durante la notte a letto le ho detto la verità e mi ha dato uno schiaffo piangendo.
In un vaso su quello stesso tavolo ci sono pennelli, cinquanta pennelli o forse cento, tutti sembrano praticamente distrutti. Sono spelacchiati, schiacciati, esplosi, calvi, addirittura irrigiditi nel colore secco, perfino comici. Non hanno la tangibilità del colore dei tubetti né quella dell’uomo che parla, come se fossero stati trovati in una tomba lungo il Nilo. Parla da solo a voce alta, qualche volta la voce accelera e si spenge.

Non si sa per la pittura se lui grida mentre essa prende forma. Si sa che prende di continuo giorno e notte mentre l’uomo dorme o è sveglio.


 


 

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