Atelier Cartesio Invito alla Mostra

Dal catalogo della personale di Sandro Martini alla Galleria del Milione ( 25 marzo-25 aprile 1972)

Da una linea di terra, cimasa orizzontale allusiva ad una posizione di stacco mentale, scattano nello spazio sovrastante e si diramano altre linee, nette e scarne, rete o gabbia, la cui funzione – non soltanto ottica – se può essere quella d’accentuare la separazione (nostra e del pittore) fra la nostra misura umana, come accennò De Micheli, e il luogo del miracolo creativo o degli accadimenti, è anche il tipo prospettico, tale da conferire allo spazio una tensione, tale da porre i termini di riferimento di una dinamica interna/esterno, così che l’immagine o la serie d’immagini vinca la dimensione costretta del quadro. Può essere, questo, un primo accenno di descrizione della struttura portante di un’opera di Martini, ed è già di per sé significativa. Indica la volontà di stacco, i due momenti stessi dell’atto creativo. Ma cosa accada, poi, al di là dei confini fra il momento intuitivo e il momento razionale è da comprendere meglio, forse, seguendo il percorso del pittore, tentando di fissare il senso degli apporti esterni, quelli che fondandosi sul gioco delle affinità determinano uno sbocco personale riconoscibile. Russoli, in una presentazione del ’65, rilevò nel Martini di allora un certo gusto secessionista-viennese, e De Micheli, nel ’68, vi colse un’insistenza segnica fra Tobey e Matta. In effetti, oscillando fra un impulso con tendenza allo scavo e al dettaglio nervoso, impaziente, e un bisogno d’ordine, è come se Martini accumulasse sul quadro una materia informe, ammatassata, di origini fortemente psicologiche – non mi meraviglierebbe una certa attenzione, come riflesso, agli effetti del Rorschach - per poi intervenire a trovarvi spazi, forme, varchi, associazioni. Alle indicazioni già fatte aggiungerei allora volentieri Turner (Klimt interviene a questo punto), Gorky, e – perché no? –qualche assonanza con Tancredi. Come si vede, foga e grazia, ricerca d’ordine, e una costante nostalgia naturale. Ma per una natura che seppur lirica e favolosa ha assunto i toni minacciosi di certi risvolti da racconto "nero" alla Fratelli Grimm, riflessi di un groviglio vegetale come visto al microscopio, e in conclusione specchio di una condizione di malessere. E infatti non sarà da intendere, tale natura, solo nel senso più diretto e appariscente della zolla, della pietra, del cumulo di sterpi, dell’intrico delle radici o delle erosioni del terriccio sotto il divorante brulicare degli insetti (che è erosione moraleggiante), ma ovviamente anche in quello più emblematico dell’aridità o della fecondità come termini di un gioco irrisolvibile, con tutte le conseguenze a livello visivo ed emotivo, includendo presenze (le pietre, o gli "spazi", come macchie del drago giapponese infilzato a una parete dello studio del pittore) da trattato di storia naturale di cui non siamo rimasti che frammenti significativi. Fino ad esporre solo ciò che basta a restituire una sorta di ambigua mitologia dell’inconscio.

 

Roberto Sanesi