Primo sogno: leruzione del vulcano, viaggio nelle viscere della terra 1930, Vienna Sogno di un venditore ebreo di libri illustrati usati per bambini Secondo sogno: 1897, Marsiglia o Parigi, festa a un castello visto su una riproduzione a colori o forse visitato tempo prima a Colmar Sogno di un linotipista specializzato in calendari artistici 1992, sogno ... sogno: sono in aereo da Londra a San Francisco, mi addormento durante il volo transoceanico in quella scomoda posizione, dovuta alla poltrona di classe turistica con la valigia del bagaglio a mano sotto il sedile, che mi impedisce di allungare le gambe; cado in un sonno leggero malgrado il brusio della cuffia del mio vicino di posto, del sonoro di un film che non voglio vedere, il vai e vieni degli inquieti passeggeri che vanno a pisciare, a confabulare con gli amici, a sgranchirsi le gambe e delle hostess che ronzano con beveraggi e spuntini ... ma non sono partito da Londra ... da Milano, no da Aleppo o da Fauglia o da Livorno, da Firenze, da Lucca ... no, no da Genova, di certo da Genova. Cera una volta a Genova un signore molto distinto... Ho abitato in tanti posti e così tanto diversi che faccio fatica a sceglierne uno quando devo
Credo che uno sia del posto in cui gli vogliono bene. Riconobbi la porta dove mia madre mi chiamava, langolo in cui morì il nostro cane e il punto della strada dove fui investito da una macchina alla deriva del sonno... dei ma ti ricordi con Giovanna mi lascio volentieri trasportare, galleggiando nei nostri ricordi che si intersecano, rimpallano, bocciano come palle da biliardo. Quello che era il mio giardino ... e lì cera anche il mio modesto leccio, dritto e gonfio tra gli altri alberi. Se fossi stato solo sarei salito di nuovo su quei rami. A un certo punto viene fuori un uomo, si focalizza nellimmaginazione dei ricordi e si fanno netti i contorni e poi i colori, sempre più nitidi e un solo particolare serve a condurre ... a dare un corpo alla memoria di un personaggio. Ho abitato qui molto tempo fa gli dissi e mi lasciò entrare nella mia memoria. Pensai ad altre partenze e altri ritorni, allindimenticabile personaggio di Winesburg,
Ohio, di Shervood Anderson, quando alla fine decide di mettersi in marcia: Bene, sono
rimasto a Winesburg, è vero non sono ancora partito ma sono cresciuto. Mi passò per la testa anche il racconto di Peter Weiss, il momento in cui torna dallesilio in una Germania che non sarà più sua. Mi tornò in mente Robert Mitchum che si aggira dentro la capanna abbandonata, in un film di Nicholas Ray: a un tratto vede un foro tra le assi del pavimento e con il cuore agitato si getta bocconi e ci infila una mano. Sembra che abbia toccato qualcosa e il suo sguardo torna di gran corsa a un giorno che esiste solo per lui. Cè il suo orso di velluto con gli occhi intatti, cè il bambino che non se n'è mai andato. Ognuno ha il suo albero personale e ce ne portiamo il segreto nella tomba. Lo slittino di Chale Foster Kane in Quarto Potere non è la verità della sua vita ma quello che per lui era stato lorigine della verità, quello che rimarrà sempre impercettibile a chiunque altro. Nello scegliere un albero per evocare la mia infanzia sto mentendo agli altri ma dietro quella menzogna cè un filo segreto che mi porta al mio Aleph. Possiamo cancellare, confondere le tracce di una vita ma le portiamo sulle nostre spalle. Pensavo a questo E dura da cancellare la parola scritta. Se io sono quel ragazzo o è la mia fantasia ad averlo creato a immagine e somiglianza dei miei desideri? Chi sono rispetto a quello che sono stato? Sarò gli occhi di mia madre o il cruccio di mio padre? E cera una volta a Genova ... stravolto nel vedere le automobili passare di fronte alle automobili del terzo piano, in case di gente a cui avrei dovuto voler bene. Mi erano parenti ma in effetti mi mettevano a disagio come gli odori che sentivo di quelle case, che non erano quelli rassicuranti della mia casa e di quel tanto cibo, troppo, che avrei dovuto apprezzare ... ma? E cera una volta a Genova un signore molto distinto, mio padre mi mostrava con orgoglio la sua città che a me sembrava solo troppo sporca, troppo rumorosa, troppo stancante nelle salite e nelle discese e mi lasciavo trascinare dalla sua mano nervosa, irritata. E cera una volta a Genova un signore molto distinto, che non parlava mai E la zia sorda a tal punto che il campanello di casa era collegato a una lampadina che si
accendeva al contatto elettrico, con un marito orco, grassissimo che mangiava
manciate di prosciutto con le dita e cipolle crude e che andava a caccia con
E cera una volta a Genova un signore molto distinto che non parlava mai ma molto gentile e puntuale si chiamava...? Bene, gli daremo un nome, anzi lo ha già: Ali Khan si chiamava; viveva a Genova, non era certo la sua città, che oltre al nome un colorito olivastro, il taglio degli occhi, i capelli così neri ed un portamento eretto, nobile, regale, obbligava farlo provenire da terre lontane, dallimmensa India dei nostri misteri di letture puberali. Aveva un cane bassotto e si sa che i cani somigliano ai loro padroni, come i padroni ai cani, che è tempo perso descriverlo. A Genova ... un quadrivio, una modesta fontana al centro, in angolo sulla destra la latteria, al lato opposto il
giornalaio e subito dopo sullo stesso marciapiede un bel bar con quattro
vetrine, dove si può anche sedere a bersi con calma il te alle cinque e ti
godi la vista di qualche bella donna, un sorso di te e le chiacchiere con
lamica in un bisbiglio modulato di toni che ti stuzzica ad ascoltare, Poco più avanti il tabaccaio e la bancarella del fiorista, sempre sullo stesso lato della strada del bar, del fiorista, del giornalaio; il vicolo stretto e ripido selciato da grosse pietre scivolose conduce a un grande portone dipinto di verde scuro come le carene delle barche, al quinto piano di una scala mal illuminata del numero 15 viveva Ali Khan. Odore di Genova, di vernici da barca: verde marcio sottomarino, carminio infuocato che ritrovavo a Livorno nello studio dove mio padre si chiudeva pieno di cose che nessuno avrebbe mai dovuto vedere: scorte di cibo per sette guerre mondiali, scatole grigioverdi di granturco e carne, carne e patate, porco e fagioli, manzo patate e fagioli, patate al sugo e scaffali di sigarette Lucky Strike e Chesterfield e bottiglie di whisky, corde e sagole per la barca, il timone, i remi e la bandierina di poppa e perfino la radiotrasmittente. E dietro larmadio, lo sapevo, il ripostiglio murato conteneva largenteria, i gioielli
di mia madre e pacchi di banconote troppo grosse, troppo colorate, stampate
Era tutto al suo posto nella mia memoria, ma chi sa chi viveva in quella casa adesso, a dissacrare i miei ricordi, avranno buttato tutto quel che per me era sacro e segreto. Il vento di libeccio appiccicoso è lo stesso e le stesse sono le tamerici e i pini sbatacchiati sul lungomare deserto la notte a Livorno e a Genova, in inverno. Allora entra il prossimo e se voleva toglierle il reggiseno doveva pagare altri dieci pesos. Ma non avevo combinato un bel niente malgrado i miei affanni, i suoi palpeccii e materni incoraggiamenti. Avevo bevuto anche un po tanto: la Giuly ed io eravamo stati dei pessimi amanti da venti pesos. Sia a Genova sempre puntuale lo salutavano con deferenza, quelli del quartiere, era talmente difficile far pettegolezzi su di lui, così privi del minimo appiglio reale che si gettavano alle più strampalate fantasie del possibile. Una mattina per la fioraia era il figlio di un maragià ed il giorno dopo un innamorato inguaribile e respinto da una nobile bella e bruna sposata genovese, mentre per il barista - ci avrebbe giurato - era una spia di un paese straniero, di cui ogni giorno cambiava nazionalità. Era così puntuale che gli orologi li avrebbero potuti gettare in mare. Alle sette meno un quarto il cane faceva pipì; alle sette il giornale e il caffè ed un
fiore avvolto nella carta oleata, che infilava nel giornale piegato in tre.
Il rituale si conclude alla 8 e 45, scende poi verso il mare. Il cameriere del bar lo ha visto immobile seduto sempre nella stessa panchina, mentre il cane approfitta di questo momento di svago per qualche trotterello senza guinzaglio. Qualche annusata e pipì a mezza gamba, un brontolio al nemico o a un amico invisibile. Alle 9 e 15 in punto rientra nel portone verde e fino allindomani mattina non lo si rivedrà più. Qualcuno dice che travestito giri per i chiarugi del porto a notte fonda, nei suoi abiti indiani, uscendo da una porta segreta. Non compera cibo, non va al ristorante ... così da sempre ... da sempre perché ci si è dimenticati la prima volta che si è visto nel quartiere. Rivedo una trottola dimenticata in cantina o poche palline ammaccate e il lungo mare con la tramontana che pela la pelle o il libeccio che ti sala come uno stoccafisso in inverno. Camminavo tanto fino agli scogli di Antignano con il cane felice delle sue corse che abbaiava al vento e ogni tanto mi strofinava il muso sulle gambe per gratitudine o per rassicurarmi della nostra complicità nella solitudine. Ci fu un tempo in cui le foto fissavano un istante della nostra felicità, poi i nastri del videoregistratore hanno moltiplicato la banalità eppure le guardiamo con nostalgia come se potessero rivelarci un segreto che aiuti a sopportare la parte del viaggio che ancora ci resta da fare. Un giorno tornando sui nostri passi troviamo lalbero che la memoria aveva ingigantito. Per un attimo sentiamo il sussulto di una rivelazione. Finché non scopriamo che quel che conta non è lalbero ma quello che abbiamo fatto, questo è il nostro leccio. ![]() Silenzio, si prende la testa fra le mani, lo sguardo perso. No, di certo ebreo no, anche se certi ebrei la pelle olivastra ce lhanno eccome! Si!, ma certo, la pelle olivastra ma il nome è indiano o pakistano, potrebbe essere... ebreo no! Il nipote della fioraia naviga ancora e di razze e di paesi se ne intende. I genovesi sanno capire senza vedere la bandiera di poppa da dove viene la nave ed anche che cosa contiene la stiva ... gli odori rivelano ... ma lodore del porto è la somma di tutti gli odori, di pelli bianche, colorate, di vomito, di pesce secco, di marcio, di sego, di bitume, di pittura bianca, di zinco, di ninio, di piombo, di piscio di gatto e di ubriaco, di birra, di vino, di grappa, di whisky, di ouzo, di miscele esplosive. Ebreo no! Io gli ebrei li ho visti raccontati da mia madre a Livorno, in piazza Cavour, con la cassetta di legno sostenuta con lo spago sulla collottola e legata in vita ... Si! ... vendevano i bimbi di sapone (saponette a forma di putto, pupazzetto nudo a basso costo), un sapone bianco o rosa confetto, un po puzzolente fra borotalco e caramelle, a buon mercato. Vendevano i bimbi di sapone e lelastico, che non si misura mai giusto ... elastico per mutande e reggiseno, rosa o bianche di cotone o rasatello ... e le forcine per i capelli, pettinini, mollette per i panni. Sono diventati ricchi a tirare lelastico, ti facevano diventare 10 cm un metro e venti. Gli ebrei a Livorno. No ... no! Ali Khan non è un ebreo. Aspetta di certo una nave ..... con tutte le sue ricchezze ... o la sua amata da Calcutta: è per questa ragione che si siede alla panchina di fronte al porto e per questo che non parla mai con nessuno, per non svelare segreti, anche se sorride solo per gentilezza. Pare ieri ma nessuno si ricorda quando sia arrivato, sembra che viva in un territorio
prestabilito: dal portone verde marcio alla panchina verde persiana, dove si vede il mare. Mai un passo in più, come se il resto della città gli fosse stato interdetto, chissà da cosa chissà da chi, forse teme di essere riconosciuto. E sempre la fioraia che pensa fra sé, parla ora con il barista, ora con il tabaccaio, ora con il lattaio, pensa, parla, insinua. Ma la curiosità non riesce a diventare maldicenza, morbosità, un uomo così bello nel portamento e gentile non lo meriterebbe, ma troppo riservato anche per Genova. Genova riservata negli intrighi di noia, costretti come sono fra monti e mare, nellintrigo dei chiarugi, nelle ville dei grandi signori che occhieggiano dai parchi sulle strade che portano a ponente o a levante, dove non arriva mai il puzzo di fritto e di porto. Genova dei potente cardinali che contano più del Papa, degli armatori che non si cambiano dabito, unto di odore di ore e giorni passati sui docks e in piccoli uffici riscaldati da stufette elettriche o a gas. Cè sempre odore di cibo come in tutte le città di mare ... mutande da poco prezzo di cotonina delle puttane che non seguono turni o delle cortigiane borghesi che comprano biancheria intima a Roma, a Milano, a Parigi, che conoscono i grand hotel di Singapore e di New York, con questi mariti ricchi che trattano merci e denaro con tutto il mondo, ma non parlano che il dialetto genovese e non si cambiano le calze tutti i giorni, che portano cravatte di cattivo gusto, unte sul nodo, fatto una volta ogni tanto, dal grasso della pelle. Anche Giovanna era stata malvolentieri a Genova da piccola, forse addirittura per un mese. Tornò a casa, in quel funesto tempo puberale, quando quelle che saranno belle donne sono orribili, con i capelli tagliati, la permanente e gli orecchini doro. Mia madre nel vederla si mise a piangere ...come una bambolina da tiro a segno lhanno conciata! Fu un altro colpo fatale allinsanabile incomunicabilità delle due famiglie paterna e materna. Ma a parte il nonno decisamente alcolizzato, ne ho un ricordo spiacevole, di cui si raccontavano le stravaganze più oscene e di una nonna bellissima nelle fotografie, morta partorendo mio padre. Due zii erano riuscite a conquistarci: il capitano ... che aveva affondato la sua nave nel
porto di New York per non consegnarla in mano del nemico, allentrata in
Negli anni 50 riprese la navigazione, era assunto alla gloria nazionale: la Domenica del Corriere, nella matita acquerello di Walter Molino, gli aveva dedicato la copertina. Fra spruzzi di gigantesche ondate delloceano nella notte nera si vede la prua enorme della nave, anchessa nera e blu in primo piano. La scialuppa è sulla diagonale a destra del foglio, vista dallalto con le faccette dei marinai mezzi ignudi terrorizzate afferrare la cima. Si! aveva lo zio individuato lS.O.S. e portato i primi soccorsi a una scialuppa di una nave norvegese colata a picco nella tempesta. Un altro zio ricco e di successo arrivava nel cuore della notte senza preavviso a bordo di una macchina sportiva biposto rosso. Lasciava a noi bambini banconote grosse e di grosso taglio e a Genova abitava in una villa con la fontana e i pesci rossi. Delirio? Supponiamo che risponda così: sono sempre razionale, qualsiasi cosa dica o scriva, è tutto soggetto alla ragione, alla chiarezza, alla logica. Cosa si potrebbe pensare di me? che sono completamente cieco quando si tratta di me, una specie di paranoico. Daltra parte se rispondessi Oh si, sono veramente delirante, scrivo sempre come se fossi in trance (meccanica e trucchi del pensiero-azione), non so come faccio a scrivere cose così pazzesche. Si potrebbe dire che fingo, che interpreto una parte non troppo credibile, forse la domanda da cui dovremmo cominciare è: quanto di me stesso metto in ciò che scrivo? La mia risposta è: vi metto la mia ragione, la mia volontà, il mio gusto, la cultura cui appartengo, ma nello stesso tempo non posso controllare diciamo la mia nevrosi, ciò che potremmo chiamare delirio (Calvino). Alla morte di mio padre scomparvero tutti i miei zii, subito dopo il funerale: deve essere successo un grande casino, che conosco ma che non ho nessuna voglia di raccontare. Così scomparve la zia sorda, pazza e bella e il marito orco che mangiava il prosciutto con le mani e uccideva i passeri, e il capitano di macchina rossa che gli tremavano tanto le mani come al nonno e agli zii poveri. Il Pasquale viveva in pigiama, ovviamente napoletano, non aveva mai lavorato, la macchina rossa e i pesci rossi nella vasca del giardino e anche leroe della Domenica del Corriere, scomparvero con i loro odori che non ero riuscito ad amare, e il loro dialetto che estraniava mio padre e la nostra famiglia, con i loro soldi e i loro ori cafoni. GRAZIE MANI DI BABBO!, mi dice Filippo dopo avergli inventato un
E tutti a interrogare i propri orologi convinti che si fossero guastati, confrontavano lora con insistenza con quella dei clienti della chiesa, del municipio, della radio, del telefono, ma la fiducia nella puntualità di Ali Khan vinceva levidenza delloggettività del trascorrere del tempo. I primi dieci minuti furono di trepidazione, il primo quarto dora di incredulità, la prima mezzora di panico. Alle 7:55 irruppero allunisono nella piazzetta e cominciarono ronzanti, intrigati, sovrapposti, inquieti commenti e occhiate verso il portone verde, orribilmente chiuso. Come sempre, del resto. E la loro curiosità apprensiva entrava nella toppa della serratura, nellinterstizio del
legno sotto lo zoccolo, fra i cardini di ferro. Se lo vedevano aprirsi da un
momento allaltro quel maledetto portone muto, per lasciar uscire il Sig. Khan,
tranquillo, bello impettito, vestito nellabituale inappuntabile grisaglia con
il suo bassotto. Alle 10 già si parla di chiamare la polizia, i pompieri,
lambulanza e se avesse avuto una avventura galante? e se fosse arrivata la famosa
nave con il tesoro? o la bella indiana con il sari celeste di velo di seta?
Far piombare la polizia? e con quale diritto? diceva il tabaccaio, per trovarlo
I clienti trascurati si univano al gruppetto, esprimevano pareri a cazzo su una situazione già di suo misteriosa ed esigua, di cui non sapevano niente. Finalmente a mezzogiorno un vigile urbano frenò la bicicletta incuriosito da quella che ormai era quasi una folla, in termini tecnici assembramento. A fatica riuscì a capirci poco, alzò le spalle un paio di volte visto che poi non si poteva nemmeno bere labituale caffè a scrocco che il barista sbraitava e concionava in piazza ... largomento di base era stato peraltro superato. Si parlava di calcio, di politica, di tasse, del tempo, della bomba atomica. Ogni tanto la fioraia guardava lorologio e sospirando sussurrava: povero Ali Khan. Visto che di caffè non se ne parlava proprio il vigile si decise, vista la sua autorità e sotto la sua responsabilità, di togliersi dai casini, di chiamare la polizia che arrivò verso mezzogiorno seguita da una camionetta dei pompieri. Si ama il piccolo: linfinitesimo come la noce che si apre e dentro cè una nocciola e dentro una mandorla e dentro un chicco di grano e dentro un immensa pezza di tela che rappresenta a colori luniverso vivente. Non si lasciano mance nei bar delle stazioni e degli aeroporti! gridò qualcuno. Finalmente il pesante portone venne aperto e aperta anche la posta del quinto piano, dopo inutili prolungati scampanellii. A stento si riuscì a trattenere la curiosità della folla nel vicolo che fu arginata al di la della soglia di ardesia. Lunica persona a cui fu permesso di partecipare da vicino, de visu, allo svolgersi degli avvenimenti, fu ovviamente la fioraia, che tanto si struggeva che fu scambiata per una parente. In ogni modo un testimone importante in questa prima fase dellinchiesta. Bene: nellappartamento, nei soffitti sproporzionatamente alti, un bel mosaico al
pavimento, tappezzata la parete di una carta verdolina a riga argento,
Non si trovano tracce di documenti personali e alcunché possa far luce sullidentità del soggetto, non si rilevano tracce di zuffa, furto, stupro, sangue, scasso, denaro o ciondoli. Manca il crocefisso a capo del letto e anche il chiodo dove potrebbe essere stato appeso. Nella stanza denominata da pranzo, vuota, un grande pannello di sughero raffigurante il globo copre lintera parete, la più grande del vano. Dal soffitto al pavimento una freccetta da tiro a segno è infissa nel globo australe corrispondente ad un luogo abitato illeggibile. Peraltro le denominazioni geografiche corrispondono ad un alfabeto sconosciuto che verrà esaminato da esperti. Da verbale 13.11.1982, Genova, h 13: Si commentò, si indagò per un mese in piazza, alla stazione di polizia, in questura, in
Io solo so in realtà chi fosse, cosa facesse e i tanti misteri che avvolgono il Sig. Ali Khan, perché sono un pittore di storie, o meglio ho sempre saputo, o meglio perché ho sempre saputo, o meglio perché so e basta, o meglio conosco solo una parte del mistero perché i misteri non possono essere del tutto svelati. Una parte del mistero di tutti noi risiede solo nellocchio dellaltissimo, 1357 Sura, e senza misteri non ha senso la vita, che non mi divertirei a viverla, a dipingerla, a scriverla. Ali Khan era un ladro di sogni. Per la verità non ce ne sono stati molti nella storia del mondo, è molto difficile una disciplina che non si impara e molto pericoloso, anche, più tardi ti dirò perché. Occorrono doti eccezionali e un destino scritto sulla sabbia del deserto e sulla battigia del mare che non cancella il vento né la risacca. Ali Khan aveva tutto questo. Il ladro dei sogni deve imparare ad entrare nei sogni degli altri come se fosse un suo sogno, un carato della vita, e uscirne fuori giusto in tempo prima che il sognatore si svegli o muoia. Se il sognatore si sveglia prima che il ladro sia riuscito a sgusciare fuori dal sogno si rischia di essere scoperti o essere intrappolati nella banalità del quotidiano dellospite, aspettando che ricominci a sognare. Un po come essere rimasti in un ripostiglio scomodo e buio. Se scoperti si perde per sempre questa facoltà e a poco a poco il ladro dei sogni si scioglierà come una candela di sego. Si può scivolare da un sogno allaltro senza aspettarne la fine - che peraltro i sogni non hanno mai fine. Si può uscire da un sogno e andare a comprare le sigarette, un fiore, il giornale, bere un caffè e portare il cane a far pipì. Ma varcare la soglia dei sogni altrui è molto difficile, occorre essere capaci di una profonda meditazione, saper svuotare la testa come un secchio e asciugarlo bene da tutti i propri pensieri. Si può decidere che sogno fare, cavalcarlo e quando vedi il buco di un sogno di un altro ti tuffi badando bene a centrarlo. I sogni non hanno tempo. Si può così viaggiare ... si sale per esempio nel 1700 e passando da uno allaltro puoi trovarti nel 900 a.C. o nel 3300. Si può vivere per sempre o per lo meno per mille anni o anche di più. Dipende dallabilità del ladro di entrare e uscire a tempo debito, vedi Filippo, proprio come nei treni: basta prendere le coincidenze giuste e fare un viaggio senza fine. Da una nave che trasportava datteri e olio di palma di prima scelta attraccata al numero. 36 A il 21 aprile 1832 a Genova, battente bandiera norvegese, sbarcò un giovane mozzo della Numidia: aveva sotto braccio un fagotto di pelle di capra che conteneva un libro. A suo parere molto bello e aveva ragione, ma aggiungo anche unico. Era rilegato in pelle di marocchino e oro, la copertina era intarsiata da un disegno molto complicato, sembrava una mappa, un portolano. Ad ogni intersezione del percorso segnato da una linea di lamine doro e punti dargento si trovava un simbolo geometrico, ora un triangolo equilatero tagliato dalle mediane, di cui ne mancava un quarto, ora un cerchio senza uno spicchio ed un quadrato tagliato dalle due diagonali, questa volta il pezzo mancante è un triangolo equilatero. Altri punti del percorso sono contrassegnati da tre pietre incastonate nel marocchino, che formano anchesse un triangolo equilatero; in ordine: un chicco di ambra purissimo color miele che contiene unaurea blu di una farfalla, una scaglia di ematite a forma di fallo con delle incisioni grafite che sembrano lettere o numeri; la terza è un lapislazzulo screziato di oro e argento di un blu molto intenso che da qualunque parte lo guardi come la pupilla di Teresa sembra spiarti. Sempre di oro e argento è la fibula, il fermaglio a ganascia che chiude il libro, così come il dorso da farne quasi un cofanetto prezioso. Sulla metà di ogni lato della copertina un nastro di tre colori diversi - arancio, nero e giallo - sigillano con un nodo il libro scrigno. Allinterno le pagine di una carta sottile, quasi trasparente, setosa, solo allapparenza fragile, sono scritte con estremo ordine con una calligrafia minuta e regolare che allimprovviso sinterrompe in uno sbafo, un punto nero, una macchia o quello che sembra uno scarabocchio di un bambino dispettoso. I caratteri che appaiono a prima vista familiari non corrispondono ad un linguaggio conosciuto, vero è che il marinaio non sa leggere ma è rimasto incantato nella sua branda durante il lungo viaggio per mare a contemplare segni e disegni colorati che interrompono la scrittura, o li trovi a quello che può sembrare un capoverso. Gli era stato dato questo libro dal nonno Kangoo che lo teneva ben custodito in una scatola di legno di sandalo che lui stesso aveva costruito e decorato con maschere a rilievo e figurine scolpite e intarsiate da conchiglie e pietre dure. Aveva passato gran parte della sua vita a caccia di belve, di donne, a bere e a mangiare e impregnare femmine, a dare buoni e cattivi consigli e a cercare di interpretare la scrittura e i disegni del grande libro che aveva trovato nella foresta il nonno di suo nonno. Si era inventato un modo tutto suo di interpretarlo, di decifrarlo. In realtà faceva finta di saper leggere, così quando una donna gli chiedeva perché il suo uomo laveva abbandonata e quale era la possibilità di farlo tornare a sé Kangoo apriva il grande libro e cercava la pagina giusta, fingeva di leggere e dava una risposta ovvia e di buon senso, come i King del resto. La tribù lo elesse a capo, pensando che fosse un grande mago, ma era soltanto un saggio. Mostrò il libro magico al nipote Obo, che gli sembrava degno di succedergli nella reggenza del villaggio il giorno stesso delliniziazione. Ogni sera, a modo suo, gli leggeva una pagina, gli fece così anche notare che le parti mancanti delle figure geometriche sulla copertina - il cerchio, il triangolo, il quadrato - le si ritrovavano disegnate e colorate allinterno di ogni pagina dispari multipla di sette e tanto erano le particolarità di questo strano libro che era capace di apprezzare ma che non riusciva a decifrarle. Ma i bei libri sono come i quadri importanti: sanno parlare a tutti anche se non sono in grado di comprendere appieno il significato. Ma Obo non se la sentiva di fare il re di un villaggio di pezzenti, i tempi erano cambiati. Con la mente zeppa di miraggi di denaro, deodoranti e musichette alla morte del nonno prese di quanto più prezioso trovò nella capanna e se ne andò. Ed eccolo, con sottobraccio il libro, protetto da una pelle di capra in un sacchetto di plastica si imbarca a ... sulla prima nave in partenza. Il famoso libro altro non era che il diario di Ali Khan. La prima notte che scese in terra a puttane nel porto di Genova portò con sé il libro sognando cosce bianche e favolosi baratti. Trovò cosce rugose e vecchie e 12 lattine di birra Peroni in cambio del libro magico, che passò di mano in mano ed ogni mano lo mutilò di oro e dargento, dalle tarsie del dorso al sigillo. Amputate e fuse così come le pietre diventarono ciondoli da vetrina, i lacci reputati inutili sforbiciati e qualche pagina strappata incorniciata appesa al rovescio nellingresso di un ragioniere. Comprai il libro da un robivecchi per pochi soldi, da tanti che ne valeva. Con laiuto di un vecchio saggio pazzo prete gesuita alcolizzato, mi feci aiutare a decifrare e tradurre ciò che adesso ti leggerò. E giusto che ti dica che oltre alla difficoltà oggettiva della traduzione che tanti anni ha preso della mia vita, tralasciando passione, arte denaro e vizi, i malori e i deliqui del traduttore che dopo avermi dato i rudimenti di questa lingua quasi sconosciuta si addormenta sul testo per il troppo bere o che non ne ha mai abbastanza. Aggiungeva o toglieva a sua fantasia quel che il diario non appare. Inoltre una buona parte di pagine illustrate sono state vendute sulle bancarelle di stampe, o utilizzate per usi ben più umilianti, non ultima difficoltà sta nel fatto che le pagine non sono numerate, la cucitura in refe è marcita o consumata così il diario è stato rimesso insieme alla belle e meglio. Le storie si interrompono e talvolta non hanno nessun senso di continuità, proprio come i sogni. Tanto vale lasciarle così come il caso e le tante vicende e mani hanno voluto che arrivassero a me. Visse in una specie di paradiso terrestre, nessuno rifiutava qualche cosa al piccolo re ed egli cercò involontariamente con tutte le sue forze di regredire a questa condizione beatificata, dove non esisteva né lavoro né la responsabilità adulta. Così si apre il diario di Ali Khan, in terza persona, forse manca un foglio o che sia una sorta di prefazione. La mezza pagina è in parte cancellata da macchie di caffè e dai classici timbri della tazza appoggiata in tempi diversi. Ma cazzo, aveva paura di sporcare il tavolo lo stronzo! Primo sogno: leruzione del vulcano, viaggio nelle viscere della terra 1930, Vienna Sogno di un venditore ebreo di libri illustrati usati per bambini. Un eruzione di fuochi e fiamme e fiumi sotto leretteo piranesiano e surreale di mostri di pietra, mentre i mostri di pezza fanno spaventevoli frivolezze tra grotte come fauci che vomitano tre dame dispettose e terribili con le labbra di sangue sul cerone blu, assatanate e vogliose nei boschi a caccia di inesperti efebi. Quando il giovanotto sperduto fra lorrido e il sublime, il lino chiaro, incontra un ragazzotto dai capelli rossi che scende da una rupe selvosa, fra uccelletti finti che svolazzano intorno al suo zainetto di vimini. Presto! Dobbiamo salvarci da questa parte! E Luisa diventa una apparizione lunare, principesca, sulla passerella fra due prosceni minacciata da bestioni e bestiacce, fontane, fiumi e fumi con grumi di rospi, giù in fondo di sguincio già si scorgeva il firmamento. Gli interni sublimi, eterei dei templi sono disegnati ancora colmi di terra e sabbia, per quasi tutta laltezza delle colonne prima di ogni archeologia. Dunque i nostri amici si agitano fra capitelli giganti ma in ogni sotterraneo cambia lo stile di questi luoghi infernali. Il sonno gioca poi singolari enigmi: il padre è più giovane del figlio briccone ma è anche il grande sacerdote che insidia pesantemente la ragazza Lucia. La poverina viene catturata e legata come una gazzella e laudace principe nella giungla scopre questo culto tanto antico come la luce delle stelle. La goccia dacqua precipita in una cascata dacqua in una pozza dacqua che la corrente porta verso le pietre e naviga nellacqua di cui è se stessa trascinata e trascina senza tempo a visitare luoghi diversi. Il fumo e i sogni hanno il proprio tempo. Secondo sogno: festa a un castello visto su una riproduzione a colori o forse visitato tempo prima a Colmar 1897, Marsiglia o Parigi
Nella caverna preistorica di cartaccia foderata di plastica e stagnola da frigorifero appare uno sconosciuto, in berretta artista con pizzetto e spolverino lungo. La signora in velo da viaggio e due beneducati bambini, la caverna non è altro che una osteria animata e sovreccitata da una esuberante figlia di un delizioso maestro di musica, come ce ne erano nei tradizionali villaggi di montagna. Intanto la bellona sempre fra i piedi, tette al vento e chiappe in movimento, sale sulle panche e sui tavolini, mai tranquilli in quellosteria ai piedi del castello. Il maestro di musica manda un cherubino con la barba di tre giorni ad acchiappare la culona, ormai trasformata in una strega forsennata. Si entra finalmente al castello e in un altro budello di carta da formaggini. Festa al castello! Dove tutto esigerebbe magnificenza ma lo spettacolo infligge squallore perdendo il senso. Infatti il vegliardo va a cambiarsi dabito: non più in pigiama di ragnatele, ricorda riassettato i bei momenti, ritorna oniricamente nel Settecento, si trova li i due nipoti belle pronti e balla con la piccina vestita da damina di Capodimonte. Apoteosi padronale villereccia aristocratica e rustica ... Fernando con il suo codino sposa la culona con le sue tettone, balla lintero paese allinterno del castello e insomma si vogliono tutti bene. Un risveglio, Londra, 1902 Era un giovane agilissimo che saliva al volo sugli autobus di Londra con il soprabito svolazzante, amava lInghilterra, la discrezione leccentricità, il commercio con gli spiriti dellaria, la follia e nella Francia la ricchezza di sensazioni, la lucidità, il supremo coraggio intellettuale. Cominciò a leggere appassionatamente libri di storia, di letteratura e specialmente inglese, e le due letterature svelavano in quali labirinti, spesso ignote agli specialisti, si addentrasse e quale moltitudine di testi minori e minimi avesse presente nella memoria. Non leggeva come un letterato che ha sempre un saggio o un libro da preparare, leggeva senza nessuna meta nascosta, per piacere, curiosità e divertimento, con grande candore e cercando nei libri quella ricchezza di esperienza e di avventure che la vita non gli aveva dato. Secondo risveglio, 1945, Faglia La ferita fu terribile. Dopo la distruzione rimase tre giorni senza parlare ma il disastro liberò in lui tutti quei sentimenti che erano rimasti oggettivati nelle cose. Da allora cominciò a vivere nei ricordi, nei sogni e a elaborare le sensazioni che aveva attraversato, posseduto il suo corpo. Come amava nellinfanzia quando non era ancora stato cacciato dal suo paradiso. Le voci, i rumori, le ombre, le luci ora diluite dai tendaggi di seta, ora esaltate dalle dorature, ora popolate da miriadi di granelli di polvere. Non aveva potuto prolungare linfanzia attorno a se, non aveva potuto continuare a dormire nella stanza dove era nato e se la luce del ricordo lo aggrediva lui veniva sconvolto nella sua violenta bellezza e per salvarsi doveva dire qualche buffoneria. Percorreva con limmaginazione limmensa casa con le 300 stanze, 3 cortili, le 4 terrazze e la chiesa, gli anditi e i corridoi, li aveva attraversati da bambino come un bosco incantato e ora ne ripercorreva i luoghi e gli oggetti. Non aveva bisogno di avvolgerli di sentimenti, gli bastava nominarli perché lanima e il pathos stavano nascosti in tutti gli oggetti della memoria. Terzo sogno: la morte miope e rovesciata
1973, Madrid - Barcellona
Sogno di una maga da baraccone che viaggia da
Madrid a Barcellona in treno nel mese di luglio.
La morte ha il teschio bendato e vive a ... la morte viene dai paesi freddi, ha un piccone che può mandare in frantumi tutte le rocce fino agli abissi dove vivono mostri, un badile che può gettare la terra a 100 leghe di distanza e occhiali cerchiati doro con le lenti colorate, che porta quando leva le bende e si allontana a cavallo dalla sua casa vicino al lago. La morte vede tutto ma nessuno la vede, perché ha il viso sempre rivolto altrove. Quando toglie gli occhiali i suoi occhi si liquefanno e cadono a terra come due macchie trasparenti che non evaporano mai, per questo guardando bene si può sempre sapere dove la morte è passata a cavallo. La morte non è giovane, non è vecchia e quando toglie gli occhiali e volge le sue orbite nere lontano oltre il lago e su verso la serra, il dolore assale le sue ossa perché guarda senza poter vedere, ascolta senza poter sentire. La morte è stanca di essere la morte ma finché il sole illuminerà il giorno e la luna la notte, finché la stagione secca seguirà quella delle piogge, per lei non vi potrà essere pace. La morte non è uno scheletro aderente al cranio e alle ossa, ha una pelle sottile, ma se un giorno dimenticherà di indossare i vestiti pesanti della sua fredda patria il sole le ridurrà la pelle in brandelli e senza poter vedere né sentire vagherà su i campos dritto fino al fiume, là dove diventa così largo che occorrono dieci giorni per attraversarlo e mutata in polvere sprofonderà nella sabbia. Allora inizierà unera nuova e due soli splenderanno in cielo. La morte è luomo degli scheletri, non fa che raccoglierne senza sosta come se cercasse qualcuno. Anche gli animali hanno paura di lui quando li guarda senza vederli. Anche il caipora fugge quando egli si avvicina in groppa al suo mulo. Ogni volta che usciva da un sogno o meglio da un viaggio nei sogni, sentiva dopo tale tensione e concentrazione accumulata il bisogno di purificarsi: lacqua, il fuoco purificano, la figura dei tarocchi, il fuoco, la carta trovata ai suoi piedi sulla soglia di casa ... immergersi nellacqua, nel Gange, nelloceano. Ma a Genova il mare è il Gange? Acqua più fuoco come in un rito pagano ... acqua più fuoco danno una doccia a Genova. Era più un rito che una banale formalità igienica sanitaria, frotages con lo stesso motivo del tessuto del denaro o fiori frotages a colori per commento: bianco, nero argento, cucire, allevare. Graffito con malta o carta giapponese sovrapposta incollata. Lacqua che scorre sul corpo fra le pieghe della pelle inonda promontori, valli e voragini, purifica fino negli interstizi più remoti e negli orifizi: orecchi, bocca, culo protetti dai peli, gli accessi più vulnerabili da dove entra il furbo demonio. Si lava con cura baffi se ne avesse avuti, il pube e i capelli, il vapore caldo umido filtra dai pori e lo senti agire da sotto la pelle nelle profondità del corpo. Aveva visitato tanti corpi umidi di sudore e di umori del sonno degli altri, che scoreggiavano, si palpavano nel letto, che questi odori gli sembrava avessero contaminato il suo corpo. Entrò nella stanza da bagno, fece scorrere il chiavistello e sospirò. Subito si impadronì di lui una sensazione gradevole e gratificante di sollievo e di attesa: in quella solitaria mezzora sarebbe stato felice. Così gli accadeva, certe volte di più altre di meno, ma il puntiglioso rituale che aveva perfezionato nel corso degli anni come un artista che pulisce e ritocca il suo capolavoro non smetteva mai di produrre il miracoloso effetto. Riposarlo e riconciliarlo con i suoi simili, ringiovanirlo incoraggiarlo. La morte si nutre di ossa, dal lontano orizzonte giunge in groppa al suo mulo seguita dal suo cantilenante imbrattatele, dalle gote arrossate che ha il compito di disegnare tutte le ossa che ingoia, quando arrivata a una caverna scende dal mulo e penetra nella oscurità della terra dove vede tutto e sente tutto. Le ossa che non divora le porta con se, le usa per fare mobili, mentre le più grandi le cuoce in un enorme calderone e per questo la sua casa è sempre immersa in un eterno vapore. La morte è luomo senza colore, luomo senza sogni, luomo senza giorno e senza notte e senza carne attaccata allo scheletro. Sotto il pastrano è avvolto in panni umidi e porta occhiali con occhi dipinti perché ha paura di essere riconosciuto. La morte ha paura, la morte ha un terribile segreto. Se il sole nel momento esatto in cui sorge fra due palme vicino al fiume la colpirà sulla fronte la brucerà trapassandola proprio sopra la lente sinistra degli occhiali e di un colpo diventerà rigida. Allora verrà una nuova era e nessuno avrà più bisogno di scendere nelle caverne e morire per paura della morte. Sentiva anche il bisogno di cambiarsi dabito, tagliarsi le unghie, per essere appieno un nuovo se stesso caduto dal sonno, a casa. Per questo non aveva mai smesso di essere soddisfatto da quando ... quale lasso di temo era trascorso? Godeva di vivere il mondo che si era scelto quale rifugio anche per poco tempo, come il grande viaggiatore che sa apprezzare a pieno lunico stabile riferimento nella realtà e nella mente (gerani rossi sul balcone e lenzuola fresche di lavanda che gli permettono di vivere nellinstabile delle probabilità: per quanto tempo?) Non perdere la bussola, sapendo di poter tornare e apprezzare il rituale che rassicura nella realtà tangibile che stai vivendo. Allora aveva congetturato che lideale di perfezione era forse possibile per lindividuo isolato rinchiuso in una sfera limitata nello spazio, la pulizia o sanità corporale, per esempio. Si tolse la veste da camera, lappese dietro la porta e nudo solo con le pantofole addosso andò a sedersi sulla tazza, separata dal resto del bagno da un paravento. Il suo stomaco era come un orologio svizzero, disciplinato e puntuale si vuotava sempre a quellora, completamente e senza sforzo come felice di sbarazzarsi delle polizze e delle remore della giornata. Aveva deciso per un breve frammento di tempo di essere un perfetto se stesso; per questo aveva elaborato questa cerimonia: cagare, defecare, evacuare sinonimi di godere pensò, si, perché no, lo invade quellintima gioia del dovere compiuto e della meta raggiunta, la stessa sensazione di nettezza spirituale che lo possedeva da bambino dopo aver confessato i suoi peccati, dopo aver fatto la penitenza che si era imposto a Dio. Ma pulire il ventre è molto meno incerto che pulire lanima, pensò. Il suo stomaco era pulito adesso, non cerano dubbi. Non laveva mai abbandonato il sospetto che malgrado la confessione, per quanto scrupolosa fosse stata, qualcosa di sporco rimanesse invischiato sulle pareti dellanima. Qualche macchiolina ribelle e tenace che la penitenza non riusciva a sciogliere. Aveva visto come si purificano lintestino i giovani novizi di un monastero buddista in India. Loperazione constava in tre esercizi ginnici e di una corda e di una bacinella per le deposizioni. Avevano la semplicità e la chiarezza degli oggetti e degli atti perfetti come il cerchio e il coito, tre esercizi mediante i quali i novizi acceleravano levacuazione, mediante quelle tre flessioni, torsioni, rotazioni dello stomaco ci si liberava di tutte le impurità e di tutti i residui del regime (vegetariano) seguito dai novizi. Compiuta questa prima fase della purificazione del ventre i giovani si accingevano ad assumere la posizione adeguata, sciolti, inclinati con le gambe leggermente discoste e la pianta dei piedi ben sistemata sul suolo, per non muoversi di un millimetro mentre il corpo ofide che deglutisce lentamente linterminabile vermicello inghiottiva con contrazioni peristaltiche quella corda che, piegandosi e dispiegandosi e avanzando calma e inesorabile nellumido labirinto intestinale, avrebbe spinto irresistibilmente via tutti quegli avanzi, quei residui, quelle aderenze, quelle minuzie e quelle escrescenze che gli oboli migranti lasciavano dietro di loro. La morte morirà presto, San Giorgio la insegue di terra in terra, per monti, per valli, per mari e per fiumi, dentro e fuori la foresta vergine di villaggio in villaggio. Una volta la morte era la più forte e le bastava solo toccare San Giorgio con la sua mano scheletrica per farlo cadere. Ma San Giorgio ha trovato il tesoro segreto in una lontana caverna del nord e mentre in cielo splendeva la luna piena ha mangiato la polvere di pelle di serpente e gli ha dato la vita eterna. Con il suo badile e il suo piccone cavalca ora inseguendo la morte, agitando il suo mantello rosso e la sua frusta dal manico dargento e un giorno raggiungerà la morte, quando la stagione delle piogge sarà passata e i giunchi intorno al lago saranno secchi. Quando la morte avrà mangiato lultimo osso nella casa del grande giardino, dove i fiori sono pallidi come la pelle delluomo bianco, allora San Giorgio arriverà a cavallo davanti alla porta, la abbatterà con un calcio e con gli speroni tintinnanti agli stivali ricamati, più belli di tutti, avanzerà fino al letto dove la morte giace e le staccherà dun colpo il teschio dallo scheletro. Allora verrà una nuova era e San Giorgio guarirà i malati e renderà giovani i vecchi. Riempì il lavabo dacqua tiepida e seduto sul coperchio della tazza si sciacquò a lungo i piedi affinché i talloni, le piante, le dita e le caviglie si sgonfiassero, si ammorbidissero. Non aveva né calli né piedi piatti, aveva la pietra pomice pronta. Cominciò dal sinistro, lì sul bordo del tallone, dove maggiore era lo strofinio con la scarpa. Aveva già cominciato a insinuarsi una forma avventizia callosa che alla punta delle dita faceva leffetto di una parete da stuccare, passandoci e ripassandoci sopra la pietra pomice la ridusse fino a farla scomparire, con allegria sentii di nuovo che quel bordo aveva riacquistato la liscezza e il terzore del contorno. Poi con le forbici e la lima già pronte si accinse a tagliarsi le unghie e a limarle: piacere grandissimo. Tabaccaio, latteria, fioraia, giornalaio, caffè e guardare il mare, pensare a tutto e a niente, il cane anche lo legava a questo mondo di tempo reale, diverso dalla fluidità del tempo dei sogni. Il cane con la gratitudine spontanea e senza remore propria degli animali, o di chi sa veramente amare: se non mi ami io ti amo comunque, non cè bisogno di scambio, baratto fra chi ama, lesistenza stessa delloggetto di amore è di per se gratificante, pensava il cane. Si trovava così protetto dalla dolcezza di gesti e riferimenti che lo colmavano di piacere, sapeva che dietro il porgergli il fiore e il litro di latte cera una implicita pulsione di affetto, simpatia, di rispetto che non aveva fatto niente per sedurre che con tutto se stesso. Si era offerto con un sorriso dellanimo, con gli occhi che dicevano più della sua bocca, sapeva di assicurare e di essere rassicurato con la sua puntuale fedeltà. La morte custodisce le sue ossa come una bella donna i suoi gioielli, guai a chi si avvicina. La morte è così vecchia che nessuno sa più contare i suoi anni eppure non è mai stanca. Ha le gambe arcuate e i piedi grandi e nudi e un occhio al centro della fronte. E tutta coperta di carne tranne sulla mano destra; accovacciata in fondo alle sue caverne grugnisce come un orso grattandosi la nuca con la mano scheletrica. Visita tutti ma senza provare piacere, per questo si affretta a tornare nelle sue caverne, nessuno sa quale sceglie ma alcune gli piacciono più di altre. Le sue preferite sono quelle dove gli indios hanno dipinto alle pareti armadilli rossi, non sopporta di essere disturbata e se qualcuno prende le sue ossa gli infligge un castigo ancora più terribile di essere sepolti vivi o uccisi a morsi nella fossa dei serpenti. Lentamente corrode il ladro, infiacchisce il suo sangue si impadronisce di metà della sua anima e la condanna a cavalcare per leternità sullaltopiano, quel poco di anima che rimane non basta nemmeno a tenere in piedi il corpo, il ladro non riesce più a distinguere i colori e tutto intorno a lui diventa cenere eppure deve vivere, struggendosi per recuperare la sua anima perduta. Soltanto chi ha affrontato grandi battaglie e pericolosi viaggi sa apprezzare, valutare gli uomini per quello che realmente sono, possiede la consapevolezza di conoscere a fondo la propria capacità di amare gli altri per quello che sono. Ma no cazzo, non è vero! Odio la mediocrità, odio i sotterfugi, odio i secondi fini, odio il grezzo, putrido, untuoso, malcelato fondo della gente che puzza, fra i peli impastati per profitto di sudori e languori, gratuiti mai, mercenari mercificati! Ma lumanità è anche tutto questo. E chi se ne frega, se così fosse! Io ... io ... io non so .... io .... se così fossero gli altri con me non si dimostrano tali tutti perlomeno! E non con me! Sono così al di sopra da scovare santità e salute nelle persone che incontro o non capisco che dopo. O non mi accorgo o non mi voglio convincere o non voglio capire ... non lo so .....o rubo solo ciò che mi fa comodo credere che poi ... il cruccio il dispiacere passa subito e non è vero! Si compensa ma che cazzo! è ripagato da ... ma vai a farti fottere ...! strilla Fernando, battendo pugni sul tavolo e rovescia bicchieri uno dopo laltro e fracassa piatti e poi le posate e una coscia di pollo e il cappello, la penna biro, il gatto, la pipa, il suo vicino di posto contro il muro. Poi si insaponò e si sciacquò i piedi con molta attenzione e dopo esserseli asciugati li spolverò con un talco quasi invisibile che sprigionava un odore lieve e visibile di eliotropo. Allalba gli rimanevano ancora da completare le fasi immutabili del rito: bocca e ascelle, sebbene vi si concentrasse con i cinque sensi prendendosi tutto il tempo debito per garantire il successo delloperazione, dominava a tal modo il rituale che la sua attenzione poteva scindersi e parzialmente consacrarsi a una singola parte del corpo. Mentre disponeva sul ripiano di marmo ocra venato di bianco gli strumenti delloffertorio: boccale, bicchiere pieno dacqua, filo interdentale, dentifricio, spazzolino, si riempì la bocca con un sorso dacqua e se la sciacquò vigorosamente per staccare i residui più molli collocati nelle gengive o appesi superficialmente fra i denti. Ora sì poteva pulirsi i denti con il dentifricio, lo fece muovendo lo spazzolino dallalto in basso piano e premendo affinché le setole naturali - giammai di plastica - penetrassero nellintimità di quelle scanalature ossee in cerca di residui di cibo sopravvissuti al lavoro di zappa del filo interdentale. Pulì dapprima il lato posteriore e poi quello anteriore: quando si fu sciacquato per lultima volta si sentii in bocca quella gradevole sensazione di menta e limone rinfrescante e giovanile. La morte è un allegro signore e conosce molti modi di punire ma non ne trova piacere e sa come far tuonare le montagne. Si è una storia vera, dove il fiume entra nella baia cè una strana città antica di migliaia di anni i cui abitanti sono tutti vecchi e con i capelli bianchi e la pelle sottile. Persino i bambini nascono vecchi più che novantenni ma sono tutti felici perché possono arrivare alletà che desiderano e in città non ci sono malattie. Ogni giorno per tre ore e tre quarti tutti pregano il sole che per riconoscenza splende su di loro mai troppo caldo né troppo freddo. E proibito mangiare carne, ma te fatto con lerba delle dodici dita tiene lontani i pensieri e in mezzo alla città su unalta colonna cè una figura umana che con il braccio destro teso indica a nord. Se ci si avvicina alla città per caso si devono superare terribili prove prima di riuscire ad entrare. Bisogna riuscire ad uccidere lorso delle caverne e mangiare un serpente vivo: allora la porta si aprirà e il nuovo arrivato sarà accettato alla pari dagli altri e potrà vivere sano e lieto finché vorrà. Mi dispiace è il massimo che puoi sentirti dire quando sei finalmente a confronto con i tuoi problemi che credi basilari e aspetti la risposta risolutiva dagli altri. Mi dispiace dopo un silenzio in cui sta rimuginando i cazzi suoi ..... magari a che cosa potrebbe cucinare per pranzo o per cena o che gli prude il culo. Mi dispiace ad arginare linsistenza del tuo accorato / accalorato sfogo / supplica. Mi dispiace e già si è rotto i coglioni. Mi dispiace ma adesso devo proprio andare. Mi dispiace ma sono cazzi tuoi. Mi dispiace ma va a cagare. E finalmente hai riappeso la cornetta disperata del telefono come se tutto fosse ormai passato, il passato di mano: il dolore e la preoccupazione e anche la frustrazione di aver ingiustamente dato e detto a chi non merita la tua confessione a te stesso che ti mortifica. Io non ti amo più ... in questa logica avrebbe il suo significato vero: io non ti ho mai amato. Mi manca la tessera fondamentale mi manca il sette di bastoni per concludere, per capire il solitario, il puzzle, mi manca il coraggio di confrontarmi nella superbia, nellunicità del mio problema, mi duole il mio dito, il mio piede sinistro. Non accettare la pochezza di un fallimento significa non voler quantificare la propria
sconfitta. Aver riposto grandi ambizioni in un contenitore incapace e banale ti rende complice nella banalità e nella pigrizia. Un buon capitano è capitano di una buona nave e di una buona ciurma, un buon cavaliere cavalca un buon cavallo. E inammissibile pensare di far guerra coperto di rottami legati con lo spago e pentole sfondate e vincerla montando un somaro. Si sciacquò dapprima le due ascelle con acqua tiepida e così pure le braccia, massaggiandosele con forza per attivare la circolazione. Poi riempì il lavandino con acqua calda in cui fece sciogliere un po di sapone profumato fino a vedere la liquida superficie incresparsi di schiuma Immerse ogni braccio nella carezzevole temperatura e si strofinò le ascelle con pazienza e affetto, brogliando e sbrogliando i crini bruni nellacqua saponosa. Intanto la sua mente proseguiva: ci sono profumi brillanti come quelli della rosa e della canfora, infine si asciugò e abbellì le ascelle con colonia dallaroma molto lieve, che suggeriva lodore della pelle bagnata dal mare e quello di una brezza minima che fosse passata contaminandosi attraverso serre di fiori. Poi il suo sguardo cadde su un piccolo specchio appeso sulla parete in mezzo a tutti gli altri. In quello nessuno danza, non ci sono né candelabri né nobili ospiti che vanno e vengono, solo una crosta di ditate sudice e di escrementi di mosche, dietro la crosta la ragazza mulatta bacia ancora il suo amico, lasciando che le infili la mano sotto il vestito, leccandole poi avidamente il sudore sulle cosce. Accanto a loro siede un vecchio stravagante con gli occhiali tinti di blu, i capelli irti sotto il cappello di paglia, solo un sottile strato di pelle aderente alla linea filata del cranio e una bocca sdentata dietro a una rada barba bianca. Ali Khan non riusciva più a dormire. Dopo tanti anni adesso aveva perso il potere di evocare il sonno a suo piacimento, si arrovellava in questi problemi insolubili a quellora viola, quando si nasce, si muore e si pensa a ciò che lalba addolcisce, ai problemi insolubili, come i tre quarti dellumanità in quellora infame tra le 4 e le 7 del mattino. Lultimo sarebbe stato che non aveva più energie sufficienti per guidare il suo pensiero, forse proprio per questo volle partire sperando di poter trovare la giusta energia che lavrebbe portato a rannicchiarsi in un sogno di un prete, di un assassino, di un santo, di un bambino, di una puttana, così intenso e profondo da potersi dimenticare e riuscirne fuori: ma fu così? Paradossalmente era più semplice scivolare da un sogno allaltro una volta entrato nel continuum onirico che entrarvi, anche se il suo atteggiamento psicologico era fluido, naturale. Non si stupiva certo, dopo essersi eccitato nellessere donna penetrata da un maschio con la testa di bue, coperto da un folto pelo fino alla cintola con un altro pene dritto in mezzo al petto e laltro sprofondato nella vagina e due altri cazzi ai lati del bacino che poteva afferrare come i manici di un aratro e le eiaculazioni violente, spesse, piacevolmente calde inondavano la cucina di una brava donna che preparava la marmellata di fichi, che tutta appiccica e lecca cucchiai e tegamini financo il tavolo e il pelo del gatto, il suo grembiule e le braccia che i peli sono dritti impostiti dallo zucchero. Se la sente fra le cosce che si è grattata fin dai capelli; la melassa gli è sgocciolata dal gomito al ginocchio, attraversandogli il corpo nella lentezza e nellesuberanza di un rivo nuovo che va esplorando in cerca del suo letto e che alla fine in un angolo si è infilata tre dita nella figa e ebbra di tanto dolce sapore che laccarezza sotto il gonnellone di lana grigia, con la mutanda su una coscia sola si è sollazzata guardando appese al trave le pannocchie di granturco che tanto avrebbe voluto acchiappare, ma ormai la mano non era indulgente a interrompere. Passare a un naufragio su una scialuppa di una nave norvegese nelloceano in tempesta, con un freddo che taglia le mani cotte dalla lunga permanenza in acqua e dal salino nelle ferite della pelle squarciata come creta al sole bruciano, annullano la forza di remare o governare il timone e anche afferrare una cima di salvezza sarebbe quasi impossibile in queste condizioni e con tanta acqua che tenta di entrarti nella gola di fuoco senza poter bere degli spruzzi sollevati dalle onde Sei in un campo disteso a primavera quasi estiva e il sole è bello e caldo, mentre il fresco dellaria pulita tempra i sensi e ti mordi una mela appena colta dallalbero che sugosa ti appaga nellozio intorpidito e locchio e la testa si perdono a seguire una formica che combatte un calabrone, sembra un gioco ed è una lotta disperata per la sopravvivenza. E larchitetto che sta costruendo la torre più alta del mondo è ormai quasi giunto a porre lultimo mattone quando cadono i ponteggi ad uno ad uno come carte da gioco ... e dopo aver accumulato tanto denaro sul tavolo alla candela luccica come miele e si scioglie, entra nella fenditura dellasse più leggera dellalcool e svanisce senza lasciarne una goccia ... e il pittore intinge il pennello nel colore che ormai tutto il quadro è finito che è solo da dare gli ultimi tocchi a pasta di luce sulle pupille e sulle dolci labbra e sui fili setosi dei capelli e del pube, tanto è bello il suo quadro che più è innamorato delleffigie che del modello, profuma di trementina, di oli essenziali e di zinco e titanio, il dipinto, mentre lei puzza di cavoli e cipolle e di sudore stantio e la bocca è una scarpa farcita di merda. Ma il pennello non ha più peli e la figula graffia la tela e la strappa, giusto allultimo tocco che dalla rabbia fa in mille pezzi il telaio e la tela e spezza pennelli e strizza tubi di colore dappertutto e si inzacchera dita, mani, viso piangendo e quella puttana scappa ignuda spaventata, ignuda giù per le scale che lui aveva fatto dea, non prima di aversi dal fisco fatto una bella gozzata di vino rosso che gli gocciola dallangolo della bocca sui capezzoli rigidi dal freddo, bestemmia come una strega e gli ruba i soldi dal panciotto e sulluscio ride, lo insulta e lo spernacchia. Cavalcare i sogni con tutta labilità, con lesperienza e la concentrazione dovuta non è poi così difficile, come un abile nocchiero anche in mare aperto e pericoloso sa come sfruttare i venti e le correnti, in modo che la barca addomesticata non combatta la forza del mare, ma la assecondi e impari a farne parte, come i muscoli che ubbidiscono quasi con gioia alla fatica, si scaldano e sempre di più rispondono al corpo. Ma entrare e uscire dai sogni non è facile, pensa e vedi un acrobata fluttuare nellaria con larmonia negli esercizi più difficili e sarrotola a piroetta dopo il rullo dei tamburi e si fa silenzio e lui vola naturale e spontaneo. Il momento di estrema tensione è però quando sul trampolino, prima del salto con il trapezio nelle mani a piedi congiunti, si concentra allo spasimo in un attimo per tutto ciò che sarà e quando alla fine dellesercizio, dopo un salto mortale precipita nella rete, un altro salto palleggiando piroetta e scivola giù, si inchina, sorride nel tondo di luce del faro e scompare dietro il sipario. Che cosa Ali Khan dovesse fare per uscire dal sogno non ci è possibile saperlo. Dal suo diario che così si interrompe e forse sarebbe impossibile da raccontare. E poi sognò di essere prete a Lubecca, eunuco a Istanbul, guerriero in Turkestan, santo a Pavia, suora maligna e perversa a Siracusa, predone di schiavi in Africa, cane randagio nel sogno di un re senza corte e pensiero puro e nuvola e con orrore divora i testicoli di lupo grigio e lorecchio che sentiva gli spasmi di orgasmo della moglie che chiava il fratello e pietra e montagna ora affoga nelloceano dolcemente, guardando in alto il pallore filtrato dallacqua blu del sole e bisonte e vagava verso le stelle lontane da Sirio. Bandito in Sicilia, fioraia a Genova, generale in Vietnam, orsacchiotto di peluche nel sogno di un bambino che voleva divorare la mamma e amante che non si soddisfa nel penetrare la sua donna e sogna di essere feto nella sua pancia e un polmone divorato dal pesce nero del cancro e trave nel tempio sacro di Alukarlic e secchio senza fune. Amò uomini e donne nei loro sogno, si sporcò di sterco umano per penitenza, guidava a folle velocità abbracciato dal morbido sedile di una macchina sportiva rossa e vomitò sangue e vino sulla testa di un vescovo nudo con la mitria sul capo e urlò e dette fuoco a tutte le città più grandi del mondo e si perse nel deserto, e si mangiò la coscia della moglie con forchetta e coltello guarnita di maionese, riccioli di burro e salmone, serviti da lei medesima nuda con un grembiulino di pizzo bianco e con tutte e due le gambe. Sognò se stesso che sognava mentre gli stavano rubando lultimo sogno nellabisso dei tarocchi, sognò lappeso e se stesso era lappeso, di essere ladro, lama che entra nel corpo caldo di sangue e di essere mangiato, bevuto, succhiato, strizzato, strozzato, sognò piscine hollywoodiane di mestruo appiccicoso come ketchup, sognò le cavità umide del suo corpo, purificò la sua mente dalla pazzia e rubò il genio ai matti, la paura alle vertigini, la vergogna agli occhi, la curiosità ai frati, eiaculò nel pelo di un carciofo novello. Da gigante saltò a pie pari loceano e si addormento con i piedi a Mosca e la testa a Johannesburg, sognò di essere vuoto come una zucca, sognò la sua pelle di vetro, sognò la sua testa con mille formiche che si rincorrono senza sosta, e sognò di essere il prurito che nulla allieva sul corpo di un principe, di essere cibo e acqua compratore e venditore di se stesso, di essere giovane Goethe rosso di capelli, che va in passeggiata abbigliato da donna. Si inghiottì il corpo per volare, si schiantò come una quercia che non desiderava più essere quercia, sognò di possedere tutto ma non poter toccare ne vedere alcunché, sfreccio come una cometa vicino alla barba di Dio, si arrese alla gendarmeria etiope, fece un lungo sermone in una lingua che nessuno poteva comprendere, dipinse un quadro invisibile, non si saziò mai né di cibo, né di alcool, né di sesso, né di pensiero, né di stanchezza. Odiò se stesso e sconfisse i dragoni in Russia e fu Stalin, e mio nonno Giuseppe. Nellorgia si descrivono processioni di cammelli orientalisti, animali decorati e sacrificati, balli stravaganti di vergini folli e sacerdoti ebbri, galoppi selvaggi e gettito di gioielleria, pasti forsennati con torrenti di vino e di sangue. Aveva voglia di piangere ma aveva finito le lacrime che gli prestò una svizzera di Locarno che aveva amato senza mai possederla. Ed entrò nella mente di tutte le sue amanti, per scoprire cosa avessero veramente pensato di lui, e bruciò tutto il denaro e coniò tutto il denaro della terra e viaggiò nel mondo senza uomini, decise ciò che era buono e ciò che era cattivo, proibì di camminare, di respirare, di mangiare, di capire a tutti coloro che poteva cogliere col suo sguardo, maledisse la sua gente e mangiò cipolle e prosciutto crudo con le mani, resuscitò suo padre per cambiare il destino della sua vita, si annodò la cravatta e si lucidò le scarpe con la sovraccoperta del letto in una camera a ore a Tortona, calpestò 111 formiche, non seppe più distinguere il pieno dal vuoto, orinò sul cranio di un ragioniere e non dormì mai più, e la sua ansia fu la zia Zizzi che poteva prendere a calci. Naufragò nel mandala dei sogni, fece scoppiare guerre e rivoluzioni, godé dellonnipotenza del vicepresidente di una società a fini di lucro che stampava soltanto virgole, ripercorse secondo per secondo il tempo della sua vita dalla nascita alla morte e non intervenne a mutare niente, che così era bene. Finì linchiostro della sua penna, scrisse allora con le unghie, con le dita, con le braccia, con tutto il suo corpo stampato a torchio su un foglio bianco che tutto lo contenne ed ebbe fine la sua storia.
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